La crisi del Medio Oriente

di Giovanni De Sio Cesari

Nel conflitto in Palestina resta sempre da spiegare perché mai uno stato così piccolo come Israele, con meno di dieci milioni di abitanti, possa avere una preponderanza così evidente su più di mezzo miliardo di persone, una moltitudine immensa. È vero che gli USA forniscono ad Israele un aiuto sostanziale in armi e mezzi, costituendo una specie di garanzia per la sua sopravvivenza. Tuttavia, gli americani organizzarono anche un esercito ben armato in Afghanistan che si dissolse nello spazio di qualche giorno. D’altra parte, non sono mai intervenuti direttamente nelle molte guerre, sia regolari che asimmetriche, combattute in Palestina. La spiegazione generale risiede nell’arretratezza, disordine e conflitti infiniti che affliggono tutto il Medio Oriente.

Facendo un confronto, vediamo che l’Estremo Oriente ora fa concorrenza allo stesso Occidente sul piano della produzione e del benessere: si sono dedicati alla produzione di tutto ciò che potevano, dai computer ai cellulari, copiando sostanzialmente le tecniche e i metodi economici dell’Occidente. Prima sono stati i Giapponesi: distrutti dalla guerra, si sono ripresi rapidamente e hanno inondato il mondo con i loro prodotti a buon mercato. Poi le cosiddette Tigri Asiatiche come Singapore, Hong Kong e la Corea del Sud, uscita dalle macerie del tremendo conflitto dell’invasione del nord, ha raggiunto ora un reddito superiore a quello italiano e spagnolo. Infine, la Cina, risollevatasi dalle follie maoiste, è ora definita la fabbrica del mondo e si avvia a diventare la prima economia mondiale. Anche paesi arretrati come il Vietnam e la Cambogia, usciti da venti anni di tragiche guerre, ora fanno concorrenza persino alla Cina.

Il Medio Oriente, invece, pur erede di un’antica e fiorente civiltà, è in continua crisi, con livelli di vita economici di pura sussistenza, malgrado i grandi giacimenti petroliferi che riforniscono il mondo intero. I proventi di questi giacimenti hanno reso ricchissima solo una sparuta minoranza di abitanti del Golfo che vivono solo di rendita: tutte le stupefacenti ed esagerate costruzioni locali sono opera delle abilità e del lavoro di stranieri. Non si intravede da nessuna parte la prospettiva di una rinascita, di uno sviluppo, ma anzi una crisi, un generale sprofondare nella miseria dovuto anche a un’esplosione demografica incontenibile e catastrofica. La spiegazione di tutto ciò, a mio parere, è l’esplosione di guerre etniche, religiose e settarie, tutti conflitti ideologici senza soluzione e senza senso che assorbono tutte le energie, mentre in Estremo Oriente tutti lavorano fino all’estremo.

Noi ci commuoviamo di fronte ai 15 mila morti di Gaza, parliamo di eccidi, addirittura di genocidio, ed effettivamente nei conflitti in Palestina sono una enormità: nei precedenti 15 anni di conflitti in Palestina, in totale abbiamo avuto circa 15 mila vittime, fra israeliani (molto pochi) e palestinesi (la grande maggioranza come avviene pure oggi). Ma sono numeri limitati se confrontati a quelli di altri conflitti medio-orientali. Ad esempio, nello sconosciuto e vicino conflitto in Yemen tra gli Houthi e i Sauditi, si contano 100 mila morti e una terribile emergenza umanitaria di cui pare che nessuno si curi, malgrado gli appelli dell’ONU. Nella confinante Siria, dieci anni di guerra di tutti contro tutti hanno distrutto il paese, che è tornato al punto di partenza con il dominio degli Assad e del piccolo gruppo confessionale degli Alawiti. L’altro confinante, il Libano, ormai non esiste più come stato ma è preda di gruppi e gruppetti confessionali, ciascuno in competizione con tutti gli altri, incuranti di una crisi economica sempre più profonda. L’Egitto è un grande paese con oltre 100 milioni di abitanti, diciamo in pace, ma in effetti, ogni tentativo di modernizzazione sembra fallito. La Primavera Araba sembrava portare una democrazia, ma la repressione dei militari guidati da al Sissi ha provocato un numero sconosciuto di vittime, tra cui il nostro Regeni, ed è veramente un carcere a cielo aperto. In Iraq, il sistema democratico elettivo imposto dagli americani ha portato al predominio dei più numerosi sciiti sui sunniti e ha immobilizzato ogni progresso. L’Iran di Khomeini reprime violentemente ogni protesta, si trova bloccato dalle sanzioni economiche per la pretesa di crearsi una bomba atomica; prima ancora, in una guerra insensata contro l’Iraq, ci furono fra circa 500 mila e un milione di morti (non si sa nemmeno!!). La pretesa di rinascita del califfato islamico (da noi conosciuto come ISIS) ha provocato tragedie incommensurabili e un’ecatombe i cui numeri restano sostanzialmente sconosciuti. In Libia, dopo la caduta del grottesco dittatore Gheddafi, il paese è esploso e non si vede alcuna soluzione.

Anche in Palestina, gli arabi, per la piccola autonomia ottenuta, hanno causato disastri. Non hanno accettato i risultati delle elezioni, non ne hanno indette altre, si sono scontrati con 150 morti a Gaza, si sono divisi in due entità nemiche in Cisgiordania e a Gaza. L’Autorità Palestinese è screditata per la corruzione imperante, che sembra essere presente anche in Hamas. Nella stessa Gaza, la Jihad Islamica è stata prima respinta con un eccidio davanti a una moschea, poi si è insediata in minoranza e non è chiaro se rientri negli accordi sugli ostaggi. Insomma, non si sa nemmeno con chi si possa negoziare: lo stato di Palestina è scoppiato prima ancora di formarsi.

 

Ora, se Gaza avesse seguito gli esempi dell’Estremo Oriente, invece di considerare Israele come il male da distruggere, un piccolo Satana sostenuto dal grande Satana (e sciocchezze del genere) e sognare l’impossibile distruzione di Israele aspettando l’intervento divino, ora potrebbe essere la Singapore del Mediterraneo e non un carcere a cielo aperto.

Ammesso, per pura ipotesi, che i palestinesi riuscissero a distruggere Israele, si troverebbero nella stessa situazione dei libici, dei siriani e degli iracheni. Alla fine, penso che paradossalmente, se fossi un arabo e potessi scegliere dove vivere, forse opterei per essere cittadino dello Stato di Israele. Certo, questi sono cittadini di seconda categoria, soffrono delle discriminazioni, ma hanno certamente più benessere, più sicurezza e perfino più libertà che in Siria o Iraq. D’altra parte, non arrivano arabi in massa in Europa a costo di enormi rischi e sacrifici per diventare cittadini di seconda e terza categoria?

In tutto il Medio Oriente prevale l’idea che i suoi mali dipendano da cause esterne, dall’America e dall’Occidente in generale, e gli israeliani sarebbero solo un’avanguardia. Dapprima, al tempo di Nasser, il conflitto fu visto in veste colonialista e in seguito con il risveglio religioso come della lotta dei veri credenti contro i miscredenti. Ma in realtà, il colonialismo è terminato più di 60 anni fa, le guerre fra religioni, le crociate in Occidente sono finite da secoli e il concetto stesso è diventato anacronistico.

Quando finalmente il Medio Oriente si renderà conto che la via dello sviluppo non passa attraverso l’affermazione di credi religiosi, del trionfo del bene contro il male, ma più semplicemente nell’adottare tecniche e sistemi moderni che hanno dato prosperità prima all’Occidente e poi all’Estremo Oriente?

 

 

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