A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm*
Il percorso dei tassi di interesse resta al centro dell’attenzione, anche alla luce delle ripetute dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha più volte auspicato un allentamento della politica monetaria statunitense. In questo contesto, ogni indicazione proveniente dalla Federal Reserve è osservata con particolare interesse, soprattutto per orientarsi sulle prossime mosse della Banca Centrale.
Questa settimana, Kevin Warsh – indicato da Trump quale prossimo governatore della Fed – ha testimoniato davanti alla Commissione bancaria del Senato. Sul tema dei tassi, Warsh ha ribadito l’importanza dell’indipendenza della Banca Centrale nella definizione della politica monetaria, sottolineando al contempo come la Fed sia stata, a suo avviso, eccessivamente coinvolta nell’economia, soprattutto attraverso il Quantitative Easing. In questa prospettiva, si è detto favorevole a una graduale riduzione del bilancio, pur evidenziando la necessità di procedere con cautela per evitare tensioni sul mercato obbligazionario, come un rialzo dei rendimenti dei Treasury.
Un ulteriore elemento di interesse riguarda l’impatto dell’Intelligenza Artificiale: secondo Warsh, potrebbe tradursi in significativi guadagni di produttività e contribuire a una dinamica deflazionistica, creando le condizioni per una riduzione sostenibile dei tassi nel tempo.
Su questo punto, tuttavia, è utile mantenere uno sguardo equilibrato. Nel corso degli ultimi 70 anni, la crescita della produttività negli Stati Uniti è rimasta nel complesso stabile, nonostante i profondi cambiamenti strutturali dell’economia (vedi grafico sotto). È vero che negli ultimi anni si è osservato un lieve miglioramento, probabilmente legato agli investimenti tecnologici, ma argomentazioni simili non sono nuove: già negli anni ’90 Alan Greenspan sosteneva tesi analoghe in relazione all’impatto dell’IT. Secondo alcuni osservatori, proprio queste aspettative contribuirono allora a mantenere i tassi bassi troppo a lungo, favorendo un eccessivo accumulo di leva finanziaria.
Resta inoltre da chiarire quanto l’AI possa essere davvero deflazionistica. Se da un lato potrebbe aumentare la produttività, consentendo alle imprese di produrre di più in minor tempo e con meno manodopera – con possibili effetti su occupazione, salari e inflazione – dall’altro richiede investimenti ingenti. Lo sviluppo delle infrastrutture legate all’AI sta infatti alimentando una forte domanda di materie prime, materiali da costruzione ed energia, con alcuni colli di bottiglia già evidenti. Allo stesso tempo, si osserva un aumento della domanda per specifiche figure professionali, come elettricisti e tecnici HVAC, con conseguenti pressioni al rialzo sui salari. Nel complesso, è plausibile che nel lungo periodo l’Intelligenza Artificiale contribuisca a una crescita più sostenuta della produttività. Tuttavia, il percorso sarà graduale e richiederà tempo, risorse e investimenti significativi. Nel breve termine, non è ancora evidente che l’AI possa esercitare una pressione deflazionistica tale da consentire alle Banche Centrali di ridurre i tassi in modo marcato.






















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