Me lo ricordo bene. I ragazzi erano nei loro banchi elettrizzati, come lo sono tutti gli studenti quando affrontano la maturità. Qualcuno cercava di scherzare per scaricare l’ansia, qualche altro parlottava con il vicino del banco davanti o del banco dietro.
“Prof, speriamo che questa prima prova scritta sia facile”.
“Ah, non ti preoccupare, tra tante tracce proposte sicuramente ce ne sarà una che saprai fare…”.
Finalmente il plico con la tracce della prima prova scritta arrivò, distribuimmo le fotocopie e gli studenti iniziarono a leggere. In una traccia c’erano degli stralci di scritti, basandosi su di essi lo studente doveva comporre un breve saggio e dire se il senso della vita lo si doveva ricercare tramite verità forti o deboli.
Le verità forti sono assolute, oggettive e dogmatiche, sono quelle delle religioni, di certe filosofie come quella platonica, quella aristotelica, quella tomistica… Le verità deboli sono relative, storiche, soggettive e plurali. Il filosofo Gianni Vattimo ha sostenuto, in tempi recenti, che l’indebolimento dei grandi dogmi e delle cosiddette “verità forti” porta a una maggiore tolleranza, alla democrazia e al pluralismo, riducendo l’aggressività e la violenza nella società. Può darsi…
Erano dei temi veramente difficili quelli proposti dal Ministero dell’Istruzione a dei ragazzi non ancora ventenni.
Al momento della correzione degli elaborati mi colpirono molto le riflessioni che aveva fatto un ragazzo.
Era un giovane che voleva diventare medico e scrisse che per lui il senso della vita era aiutare le persone a guarire. Per lui ogni vita strappata alla morte o alla malattia sarebbe stato il senso della sua vita.
La vita, insomma, non aveva bisogno di speculazioni difficili per trovare un senso, ma di fini pratici.
Visto come va il mondo oggi, mentre siamo ritornati all’homo homini lupus e prevale solo la legge del più forte, la situazione è preoccupante. Non credo sia sufficiente che ciascuno nella sua particolare vita cerchi il suo senso, che pure può essere nobile.
Per Thomas Hobbes, l’homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’altro uomo) si ha in uno “stato di natura”, in cui la condizione di guerra continua, generata dall’egoismo e dalla competizione porta all’autodistruzione.
Gli individui per evitare l’autodistruzione per il filosofo inglese dovrebbero stipulare un patto sociale, cedendo i propri diritti a un sovrano assoluto in cambio di pace e sicurezza.
Oggi l’autodistruzione è data dalle nostre politiche economiche e dalla tecnologia fuori controllo, in uno stato selvaggio, che è quanto di più distante si possa immaginare da un innocente stato di natura.
Forse l’umanità avrebbe bisogno di un nuovo patto sociale che coinvolga l’intero pianeta Terra, ma non credo che gli uomini saranno capaci di stipularlo, superando ciascuno i propri dogmatici punti di vista e gli egoismi materiali.
Solo un nuovo demiurgo potrebbe salvarci.























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