La visita in Cina di Trump vista dai cinesi

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Noi non sappiamo come realmente le autorità cinesi abbiano valutato i risultati della visita di Trump in Cina. Possiamo solo vedere come essa è stata presentata al pubblico cinese e internazionale, leggendo soprattutto il Rénmín Rìbào (Quotidiano del Popolo), che in pratica è l’organo ufficiale del regime cinese.

In esso l’incontro viene riassunto nell’affermazione che “i due presidenti hanno concordato di costruire una relazione Cina-USA costruttiva e caratterizzata da stabilità strategica, guidando la grande nave delle relazioni sino-americane nella giusta direzione e apportando maggiore stabilità e certezza a un mondo segnato da turbolenze e trasformazioni”.

Il risultato sarebbe “un importante tentativo di rispondere alle questioni decisive del XXI secolo: Cina e Stati Uniti possono evitare la ‘trappola di Tucidide’ (cioè un conflitto armato) e creare un nuovo paradigma di relazioni tra grandi potenze. Possono affrontare insieme le sfide globali e fornire maggiore stabilità al mondo. Possono costruire insieme un futuro luminoso per le relazioni bilaterali nell’interesse del benessere dei due popoli e del futuro dell’umanità”.

Si insiste sul fatto che “il successo di ciascun Paese rappresenta un’opportunità per l’altro, e una relazione stabile tra Cina e Stati Uniti è un vantaggio per il mondo. La storia ha ripetutamente dimostrato che le relazioni economiche e commerciali sino-americane sono reciprocamente vantaggiose” perché si rileva che, senza dubbio, “sia la Cina sia gli Stati Uniti traggono vantaggio dalla cooperazione e perdono dal confronto”.

Si mette in guardia poi sul problema di Taiwan, affermando che “l’‘indipendenza di Taiwan’ e la pace nello Stretto di Taiwan sono inconciliabili come fuoco e acqua.

Salvaguardare la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan costituisce il massimo interesse comune tra Cina e Stati Uniti. La parte statunitense deve esercitare la massima cautela nel trattare la questione di Taiwan” e gli USA devono “gestirla correttamente perché è essenziale per mantenere la stabilità complessiva dei rapporti bilaterali. In caso contrario, i due Paesi potrebbero arrivare a scontri e PERSINO CONFLITTI, mettendo seriamente a rischio l’intera relazione”.

Nella sostanza si afferma che la cooperazione commerciale è vantaggiosa per ambedue gli Stati e si mettono in guardia gli USA da un intervento a Taiwan che potrebbe portare pure a un conflitto.

Ora, se vediamo questo risultato dal punto di vista di Trump, degli USA (e dell’Occidente in generale), pare che sia l’opposto di quanto Trump aveva promesso agli elettori americani. Trump è stato infatti eletto soprattutto per il programma di reindustrializzazione dell’America, di ricreare un’economia fiorente, che è il vero significato del MAGA (Make America Great Again). L’idea guida era di ridurre le importazioni dall’estero che sono concorrenziali per la produzione interna perché molto più economiche.

In effetti il prodigioso sviluppo cinese è legato sostanzialmente alle esportazioni nel mondo occidentale, che sono la chiave con la quale, come si dice, “non è mai avvenuto che in un tempo così breve un numero tanto grande di persone abbia goduto di un progresso tanto rapido”.

Ora è vero che, come riporta il Rénmín Rìbào, questo fatto è giovevole per tutti, perché i cittadini dei Paesi più avanzati possono comprare prodotti a basso prezzo e quelli dei Paesi in via di sviluppo trovano lavoro e sviluppo economico (come avviene fra occidentali e cinesi). Ma tutto ciò ha un risvolto negativo, perché in effetti i Paesi più avanzati finiscono con il chiudere le proprie industrie, non più concorrenziali, e quindi si arriva al deserto industriale.

Il problema riguarda pure gli USA verso l’Europa e l’Europa verso la Cina e altri Paesi in via di sviluppo.

Infatti Trump prometteva proprio più posti di lavoro grazie al ritorno delle grandi industrie, non più insidiate dalla concorrenza straniera.

Si consideri pure che la bilancia commerciale estera non può essere sempre in passivo e prima o poi deve essere riequilibrata. Si ricorda, incidentalmente, che la prima guerra fra Cina e Inghilterra, la guerra dell’oppio, fu proprio dovuta al fatto che l’Inghilterra, a causa dell’importazione di tè dalla Cina, aveva avuto un forte e continuo disavanzo commerciale, al quale si era cercato di porre rimedio con l’esportazione dell’oppio, pratica peraltro assolutamente condannabile. Ma il punto era proprio il disavanzo commerciale.

Trump ha cercato di imporre dazi nei riguardi dell’Europa, ma fra alterne vicende alla fine si è visto che le esportazioni europee verso gli USA non sono poi veramente diminuite; anzi, quelle italiane pare che siano addirittura aumentate.

In conclusione, se il risultato del viaggio in Cina di Trump è quello che dicono i cinesi, cioè che lo scambio commerciale deve essere intensificato perché giova ad ambedue i Paesi, allora tutta l’impalcatura del programma di Trump viene a crollare.

L’altro pilastro del programma di Trump era che gli USA non sarebbero stati più coinvolti in guerre in lontani Paesi, e questo è crollato miseramente nel Medio Oriente, nell’impasse della guerra con l’Iran, che gli USA non possono vincere se non sono disposti a impegnarsi veramente e a subire perdite umane.

L’altro punto importante è quello di Taiwan. Il ritorno di essa alla madrepatria cinese in effetti non è una priorità economica, ma una esigenza nazionale, un sentimento diffuso in tutta la Cina, umiliata nell’Ottocento dalle invasioni e dal controllo europeo, che è qualcosa che i cinesi non possono accettare. Su questo Trump non pare affatto deciso, ma ondivago nell’incertezza.

Se allora l’interpretazione cinese dell’incontro è giusta, si tratta di una chiara sconfitta dell’America e di una vittoria della Cina.

Ma è difficile poi esserne sicuri, perché tutto quello che si è detto e fatto in questo incontro resta pur sempre nel vago: non ci sono impegni precisi. Per ora è difficile dire cosa accadrà effettivamente nel futuro delle relazioni USA-Cina

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