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Milano, una grande festa per celebrare la Primavera

Nella giornata che dà inizio alla programmazione culturale del Parco e dedicata alla celebrazione dell’arrivo della Primavera, domenica 24 marzo dalle ore 9.30 alle ore 18.00, BAM – Biblioteca degli Alberi Milano propone un programma inedito di esperienze, attività partecipate, performance e incontri che coinvolgono attivamente l’intera community del Parco che si ispirano alle tematiche indagate dal Mandala Lab, il grande progetto internazionale in collaborazione con il Rubin Museum di NY che inaugura la stagione 2024, aperto e visitabile gratuitamente dal pubblico nel corso di tutta la giornata.

Il linguaggio performativo che guida la Festa di Primavera è, come di consueto, quello della danza, con due importanti novità: quattro momenti coreografici commissionati da BAM ad altrettante giovani compagnie di danza contemporanea, che hanno lavorato ciascuna su una delle quattro emozioni indagate nel percorso esperienziale del Mandala Lab e una grande azione coreografica corale e partecipata sotto la guida del coreografo e danzatore Virgilio Sieni.

Sarà anche l’occasione per invitare il pubblico a una riflessione sul concetto di agorà come bene comune, grazie al coinvolgimento di alcune voci illustri del panorama politico e culturale contemporaneo tra cui Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo, Paolo Verri, Direttore Fondazione Arnoldo Mondadori, manager culturale, docente, saggista e Anna Scavuzzo, vicesindaco del Comune di Milano, con la partecipazione del danzatore e coreografo Virgilio Sieni.

Tra i principali ospiti e appuntamenti della giornata: Lama Michel Rinpoche condividerà con il pubblico un momento di riflessione e insegnamenti su come poter far fiorire la nostra bellezza interiore e offrirla al mondo; una pratica di Natana Yoga che integra la danza con lo Yoga in un susseguirsi di movimenti armoniosi; quattro performance di danza contemporanea di quattro diverse compagnie di giovani danzatori saranno ispirate ciascuna a una delle emozioni indagate nel percorso del Mandala Lab (orgoglio, attaccamento, invidia e rabbia); si terrà inoltre la realizzazione di un grande Mandala di Riso, un’opera collettiva realizzata grazie alla partecipazione e al coinvolgimento delle famiglie in un lavoro di gruppo. Il Mandala verrà poi “soffiato” a fine giornata e il riso verrà dato in dono a canili e fattorie didattiche.

A chiudere la festa di Primavera sarà l’azione coreografica corale realizzata con la Compagnia Virgilio Sieni, risultato di un percorso laboratoriale a cui il pubblico potrà parteciperà nella settimana antecedente alla Festa (iscrizioni ancora disponibili sul sito di BAM), sotto la guida del grande coreografo. La performance indagherà il valore emozionale del gesto: “il procedere insieme per piccoli gesti e trasmissioni tattili formerà un continuum di vortici che si sposteranno, come una semina, nelle tracce delle aree del parco”.

Il programma completo è disponibile sul sito www.bam.milano.it

Capodanno cinese

foto WikipediaDi Giovanni De Sio Cesari, foto Wikipedia

Il 10 febbraio quest’anno cade il Capodanno cinese: esso viene celebrato anche in molte altre nazioni vicine come Corea, Vietnam, Mongolia e inoltre, naturalmente, in tutte le comunità cinesi sparse per il mondo.

Il Capodanno cinese (Nónglì xīnnián), secondo l’antichissimo calendario cinese che è lunare (ma solo prevalentemente), cade nel secondo novilunio dopo il solstizio d’inverno quindi tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del nostro calendario. È una data mobile, quindi, che segue le fasi della luna come la nostra Pasqua. Viene anche detto “Festa di Primavera” (Chūnjié) benché cada in pieno inverno: secondo la vita contadina, infatti, coincide con il tempo in cui cessano quasi del tutto i lavori agricoli e si aspetta la primavera. Esso dura 15 giorni e termina con la festa delle lanterne (yuánxiāojié). Naturalmente, solo alcuni di questi giorni sono considerati festivi, con la chiusura di scuole e attività lavorative che variano secondo gli stati; in Cina si considerano festivi i primi tre giorni.

Ogni anno viene intitolato a un animale secondo un ciclo di 12 anni: questo è l’anno del drago (Chou). Il calendario cinese tradizionale rimase in vigore fino alla fine dell’impero e poi fu sostituito da quello occidentale, attualmente in vigore.

Si tratta di un periodo di festività paragonabile alle nostre festività natalizie tipicamente familiari, con il raccogliersi dei parenti in banchetti augurali nei quali vengono consumati cibi caratteristici (in particolare a base di pollo): già da tempo tutti i mezzi di trasporto in Cina sono stati presi d’assalto per il rientro dei lavoratori delle grandi città ai villaggi di origine.
La tradizione vuole che si scambino doni in pacchetti di colore rosso perché il rosso è in Cina il colore del buon augurio e che in genere vengano consegnati alle coppie sposate: nei pacchetti però non vi sono doni ma monete metalliche, secondo la tradizione (qualche volta, attualmente, anche banconote).

Il Capodanno cinese si festeggia ovviamente con i fuochi artificiali, che sono un’antica invenzione cinese e nei quali i cinesi primeggiano ancora nel mondo. Vi sono poi danze, la più celebre quella del leone, che avevano, come i fuochi, il fine rituale di cacciare gli spiriti maligni che costituivano per i cinesi un vero incubo. Ogni cosa in Cina era costruita per tenerli lontani: gli usci delle porte erano innalzati per evitare che vi si potessero infilare, le case avevano un’apertura nelle pareti per permettere ad essi di uscire, perfino i ponti erano a zigzag perché non potessero attraversarli.

Genocidio a Gaza?

di Giovanni De Sio Cesari

Su iniziativa del Sud Africa, è stata attivata una procedura di accusa di genocidio contro Israele per i fatti di Gaza presso la Corte Internazionale di Giustizia. Non sappiamo quale esito essa possa avere: benché in teoria si tratti di un fatto giuridico, in realtà si tratterà di una sentenza profondamente influenzata da visioni politiche, come sempre in tutti questi casi. La sentenza non avrebbe poi effetti concreti ma tuttavia rafforzerebbe tutto il fronte contrario ad Israele per quei fatti che è già molto esteso a livello popolare in Occidente, prevalente nel resto del mondo e praticamente unanime nei paesi islamici. Poiché Israele è garantita nella sua sopravvivenza dall’Occidente, un’espansione dell’antisionismo in Occidente potrebbe spingere i relativi governi, democraticamente eletti, a non dare più sostegno incondizionato ad Israele. Per questo motivo, Israele ha deciso di intervenire nel dibattito dinanzi al tribunale e far sentire le sue ragioni onde evitare una condanna.

Esaminiamo però in questa sede la fondatezza dell’accusa al di là di ogni cavillo giuridico: veramente i fatti di Gaza possono essere considerati un genocidio? Ovviamente, la risposta dipende da cosa intendiamo per genocidio e da come interpretiamo i fatti di Gaza.

Esiste una definizione di genocidio nella Convenzione Internazionale del 1948:

“Con la presente convenzione si intende per genocidio qualsiasi degli atti dopo menzionati perpetrati con l’intenzione della distruzione totale o parziale di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale a) uccisione dei membri del gruppo b) Lesione grave della integrità fisica o mentale dei membri del gruppo c) sottomissione intenzionale del gruppo a condizioni di esistenza che portino alla sua estinzione fisica totale o parziale. d) Mezzi destinati a impedire nascite nel seno del gruppo c) trasferimento forzato da bambini del gruppo a altro gruppo.”

Come sempre avviene nelle convenzioni internazionali, si tende a estendere il concetto per motivi umanitari che spesso rende tali convenzioni estensibili senza confini ben definiti, ma non ci soffermiamo su questo.

Il punto essenziale è che occorre l’intenzionalità e la distruzione parziale o totale del gruppo. Ora è vero che grande commozione destano i 24 mila morti di Gaza con proporzione di donne e bambini relativi alla composizione della popolazione, ma rappresentano intorno all’1% della popolazione: può considerarsi una distruzione se non totale almeno parziale del gruppo? La convenzione non dà una proporzione esatta, ma certamente deve intendersi una parte consistente e non pare questo il caso di Gaza. D’altra parte, è vero che i 24 mila morti di Gaza sono molti di più delle 1400 vittime israeliane del 7 ottobre: ma gli israeliani potrebbero uccidere non 24 mila ma 240 mila gazawi o anche di più, mentre se HAMAS ne ha uccisi 1400 è solo perché non è riuscita a ucciderne altri. Non c’è quindi l’intenzione israeliana di sterminare i palestinesi, intenzione che si potrebbe invece ipotizzare per HAMAS (ma non la proporzione).

Non esiste quindi né l’intenzionalità né i fatti che possono definire un genocidio. Potremmo dire che gli israeliani sono gli invasori, che gli arabi combattono una guerra giusta, che ci sono eccessi a Gaza e altro ancora, ma l’accusa di genocidio appare del tutto infondata.

Ma a prescindere dai criteri giuridici sempre molto relativi, guardiamo ai precedenti  storici di genocidio  Certamente la Shoah è stato un genocidio intenzionale in cui 6 milioni di ebrei persero la vita e i superstiti sopravvissero solo perché i nazisti non riuscirono a sterminarli. È un fatto unico nella storia: milioni di persone deportate e uccise SOLO perché ebree, in cui quel SOLO significa che non avevano fatto niente contro i loro assassini, anzi si lasciavano deportare disciplinatamente e ordinatamente, inconsapevoli del loro destino.

Gli ebrei non combattevano i tedeschi, nessun vantaggio bellico poteva derivare ai loro persecutori, anzi distraeva parte delle loro forze, soprattutto per quanto riguarda i mezzi di comunicazioni. Aggiungerei che accanto al genocidio degli ebrei ci fu quello degli zingari che ha caratteri simili anche se numericamente molto inferiore.

Un altro genocidio del ‘900 che si ricorda è quello degli Armeni, che però non ha gli stessi caratteri. L’esercito turco era impegnato sul fronte del Caucaso con quello russo sul confine che allora divideva la Armenia turca da quella russa: nella parte turca si diffuse un movimento pro-russo al fine di riunificare le due Armenie e molti armeni disertarono dall’esercito turco per passare in quello russo. I turchi si sentirono minacciati alle spalle nel territorio in cui combattevano e vollero deportare tutti gli armeni ai confini della Siria. La mancanza di mezzi e organizzazione si risolse in un immane massacro in cui perirono la maggior parte della popolazione per insensibilità dei deportatori e solo una piccola parte raggiunse la Siria (in seguito si installarono in parte anche a Gerusalemme). Non si conoscono le proporzioni esatte del massacro: le cifre più comuni sono di 1 milione e 400 mila morti su una popolazione di 1 milione 750 mila. Non c’era quindi all’inizio una vera intenzione di sterminio, ma supposte esigenze belliche. In seguito i Turchi non riconobbero lo sterminio con Kemal Ataturc e lo definirono come un drammatico fatto di guerra e tuttora mantengono questa posizione ed è considerato reato in Turchia parlare di genocidio. La intenzionalità rimane alquanto incerta ma comunque ci fu uno sterminio.

Il terzo genocidio che viene citato è quello dei Tutsi: esso si situa nell’ambito di una rivalità secolare punteggiata di massacri di massa. Nel 1994, l’aereo del presidente del Ruanda di etnia Hutu fu abbattuto da un missile: gli Hutu allora insorsero e uccisero, il più delle volte con machete e bastoni, tutti i Tutsi che poterono in tre mesi di orrendi massacri. Le cifre non sono sicure, ma si pensa a circa un milione di morti e solo circa 200 mila riuscirono a salvarsi. In questo caso la volontà sterminatrice era chiara e indubitabile, non c’erano esigenze belliche immediate e furono sterminati intorno all’85% dei Tutsi.

Come si vede, non si possono confrontare i fatti di Gaza con questi tragici episodi, sia per l’intenzionalità e soprattutto per la percentuale dei morti.

In seguito, estendendo il concetto, si è parlato di genocidio per i pellerossa nel West americano, per i nativi dai conquistadores spagnoli, per gli aborigeni australiani e per tantissimi altri casi, ma si tratta di una estensione ad altre epoche e altre circostanze: in fondo nella storia avviene a volte che negli scontri bellici intere popolazioni siano sterminate. Ma i palestinesi di oggi sono circa cinque o sei volte quelli degli inizi dello scontro con gli israeliani.

Nell’attuale Medio Oriente potremmo parlare di genocidio degli Yazidi ai tempi del califfato: gli uomini furono uccisi e le donne date come schiave sessuali ai combattenti del califfato non perché gli Yazidi combattessero contro il califfato, ma perché appartenenti a un gruppo religioso non compatibile con l’islam, ma che pure avevano sempre convissuto con gli islamici. La percentuale dei morti però non supera il 3 o 4%: non si può parlare di genocidio.

Direi che con una estensione del termine si potrebbe parlare di genocidio a proposito dei cristiani, il cui numero in M.O. è diminuito drasticamente e le fiorenti comunità di un tempo vanno sparendo (in particolare i caldei dell’Iraq): tuttavia non sono stati sterminati ma sono emigrati per le difficoltà in cui si sono venuti a trovare per l’esplodere del radicalismo islamico: potremmo parlare al limite di pulizia etnica.

In generale diciamo che le lotte religiose hanno sempre un po’ il carattere del genocidio: non si riesce a convertire una popolazione che segue una diversa credo (in genere setta del ramo principale) e quindi il conflitto stesso finisce per coincidere con la soppressione fisica dei suoi componenti (si pensi agli albigesi o alle lotte fra cattolici e protestanti).

Nulla quindi di quello che potremmo comunque avvicinare al genocidio avviene a Gaza, dove è invece in corso una terribile guerra di cui i bombardamenti indiscriminati sono l’aspetto più sanguinoso. Purtroppo, da un secolo, i bombardamenti sui civili sono una delle armi più usate e più importanti: da quello di Guernica a quelli su Londra, a Dresda, alla Germania spianata quasi per intera, a quelli ancora più micidiali sul Giappone culminati con l’atomica e in tempi più recenti su Vietnam, sulla Serbia perché si ritirasse dal Kosovo, sull’Iraq nella Prima Guerra del Golfo, e quelli forse più micidiali sul califfato: l’elenco sarebbe infinito. Lo scopo dichiarato è sempre stato quello di colpire le forze nemiche, ma quello reale invece è quello di fiaccare lo spirito della nazione nemica.

Nel caso specifico di Gaza, non potendo colpire direttamente HAMAS perché non è un esercito in campo aperto, si colpiscono i territori da essi controllati e supportati nel tentativo che la popolazione smetta di supportarli.

Come tutte le guerre anche quelle di Gaza potrebbe finire con una delle parti  che si dichiara perdente come avvenne per la Germania o il Giappone. Hamas potrebbe  porre termine in ogni momento alla guerra  anche senza dichiararsi perdente, anche semplicemente con la restituzione degli ostaggi, con la dichiarazione  che non colpira più Israele se non proprio riconoscendo la sua esistenza

Non si può dire che HAMAS non siano i palestinesi. Sarebbe come dire che gli americani non dovevano bombardare la Germania, ma i nazisti. Hamas sarebbe allora una banda di estranei, e i gazawi dovrebbero consegnarli agli israeliani. Ma in realtà, Hamas rappresenta non solo Gaza ma una parte consistente di tutto il mondo arabo da cui riceve finanziamenti e soprattutto incoraggiamento.

È vero che le convenzioni di guerra vietano di colpire deliberatamente i civili, ma esse non sono rispettate da almeno un secolo, salvo qualche eccezione come le guerre arabo-israeliane del ’56, ’67, ’73, e comunque valgono sempre in reciprocità: non mi pare che il 7 ottobre HAMAS le abbia rispettate.

I palestinesi cadono in una guerra come infiniti altri nella storia dell’umanità, da quella mitica di Troia alle ecatombi della Seconda Guerra Mondiale, dall’assedio di Gerusalemme del 70 d.C. con episodi di cannibalismo a quello di Leningrado in cui mezzo milione di civili morirono di stenti e i genitori dovevano scegliere quale figlio cercare di far sopravvivere.

Nello stesso Medio Oriente di oggi, ci sono tante guerre e stragi di fronte alle quali i caduti palestinesi sono ben pochi in confronto: basti pensare ai milioni di morti della guerra Iraq-Iran, della Siria, delle immani stragi del califfato, delle repressioni dei regimi dittatoriali installati ovunque nel mondo arabo.

Purtroppo, la guerra è un male, è una tragedia che, come tale, deve essere sempre fuggita. Le guerre si combattono con i mezzi necessari a vincerle: non possiamo illuderci che i mezzi possano essere scelti secondo criteri umanitari.

Questa è la triste, tristissima realtà.

 

 

 

Gli Houthi: chi sono ?

di Giovanni De Sio Cesari

Da qualche settimana, in margine alla guerra di Gaza,  si è avuto notizia che i ribelli Houthi (più esattamente “Huthy) dello Yemen hanno messo in pericolo la navigazione nel Mar Rosso, con danni al commercio internazionale e in particolare alle  già disastrate finanze dell’Egitto, tanto che si sta preparando una coalizione internazionale a guida naturalmente dagli  americani contro gli Houthi (ne farà parte anche l’Italia).

Ma chi sono costoro ?  Si tratta di un movimento impegnato in una delle tante guerre dimenticate  che solo  qualche volta  arrivano alle  cronache internazionali ma che pure costituisce, secondo le attendibili fonti dell’ONU, un disastro umanitario.

   Per capirci qualcosa cominciamo dall’inizio.

Lo Yemen è la parte  meridionale della  penisola araba che, a differenza del resto, è percorsa da fiumi e quindi adatta  alla coltivazione  e per questo i Romani la chiamarono Arabia felix ( cioe fertile) E’ il paese che nella  bibbia viene definita di Saba con l’episodio della  famosa regina  che, secondo la leggenda, avrebbe  fatto visita a  Salomone. Il negus dell’Etiopia si proclamava discendente   dalla loro unione. Leggende a parte, era il paese degli aromi  e delle  spezie e  del suo passato splendore sono testimonianza le bellissime  e notissime architetture delle città, soprattutto della capitale Sana’a. Durante l’epoca coloniale fu sotto controllo britannico  che cosi  controllavano pure  lo stretto di bab el mandeb  da cui passa buona parte dell’intero commercio marittimo mondiale.   Ai  tempi di Nasser fece parte della RAU  ( Repubblica Araba Unita) ma esplose la  rivolta  che Nasser non fu in grado di controllare Nel 1970 prese il potere  un regime marxista  che non riuscì, come gli altri, a controllare  il paese. Nel 1990 si giunse a unificare il sud e il nord del paese e  da esso nacque il conflitto che tuttora sconvolge il paese. Vediamo perché

Il nord Yemen fino al confine dell’Arabia saudita è abitata da islamici  di confessione  zaydista. Lo  Zaydismo fa riferimento a un certo  Zayd ibn ʿAlī ibn al-Ḥusayn, uno dei figli del quarto iman che insorse contro il potere gli omayyade a Kūfa nel 740 d.C. dopo il massacro di Kerbelāʾ ma fu sconfitto e ucciso

Tuttavia i suoi seguaci diffusero la opposizione agli Ommeyadi con un programma  di equità sociale, di difesa dei più deboli. Non hanno però assunto le credenze proprie  degli sciiti del ritorno dell’iman ne le loro pratiche religiose specifiche e quindi non sono molto diversi dai sunniti ma comunque  la loro confessione religiosa determina una identità  della comunità   che la  fa  distinguere  orgogliosamente dai propri vicini sunniti. Fino a che prevaleva il nazionalismo laico non sembrava un grave problema ma con il ravvivarsi  degli integralismi il conflitto è esploso. Gli zaydisti  sono confluiti nel movimento Huthi  che prende il nome  dal loro primo comandante Ḥusayn Badr al-Dīn al-Ḥūthī, ucciso dalle forze armate yemenite nel settembre del 2004.

Tanto basta per mantenere tutto lo Yemen in un conflitto infinito che coinvolge ai confini anche l’Arabia  Saudita ed è uno dei punti più  caldi dell’attuale conflitto  fra sciiti e sunniti.

Infatti benchè gli zaydisti non siano affatto sciiti come gli iraniani ( detti : duedecimani perche seguaci del dodicesimo califfo) tuttavia vengono ad essi assimilati  ( cosi come avviene per   gli alawiti in Siria che poco hanno in comune con gli sciiti). Quindi l’Iran interviene in loro aiuto  mentre l’Arabia saudita  il cui regno è di ispirazione wahabita vede in essi dei pericolosi nemici. Quindi la guerra diventa uno scontro per procura  fra le due nazioni, Arabia e Iran che si combattono in tutto il Medio Oriente  come rispettivamente campioni dei sunniti e degli sciiti

A fianco dell’Arabia, alleata di sempre, si sono schierata gli  USA  Prima perche nel caos generale nella  mancanza di potere veramente effettivo in Yemen si impiantarono saldamente   al qaeda ( il primo grande attentato avvenne appunto ad Aden) e poi anche l ISIS.  Soprattutto gli USA sono in aspro conflitto con l Iran.  In questo guazzabuglio nel 2015 esplose l’ennesimo conflitto quando il presidente Saleh, anche in seguito ai disordini provocati dalle primavera araba, fu costretto a lasciare il potere.  Il conflitto è tuttora in corso in cui  come  spesso avviene in Medio Oriente  c’è una lotta  di tutti contro tutti. Il principale fronte pero è quello degli Houti che vengono continuamente colpiti dagli aerei  sauditi   che non distinguono civili e militari (e come potrebbero)   colpendo ospedali,  mosche, scuole e tutto quello che si trovano davanti.

C’é però una parte dei sunniti che vuole rompere  la unione con il nord zaydista  proclamando una secessione  al sud.  In questo caso allora presumibilmente  si formerebbe uno stato zaydista  ai confini con l Arabia,  cosa che i sauditi certo non vogliono Per questo quando i separatisti hanno conquistato Aden, la aviazione saudita è intervenuta  E’ anche avvenuto, però che gli Emirati Arabi Uniti Alleati dei  sauditi hanno appoggiato i separatisti, stanchi di una guerra infinita e inutile

Ed è questa una costante di questo conflitto che le parti alternano scontri sanguinosi a lunghe pause  per tornare poi agli scontri.

Del conflitto nello  Yemen non si vede mai la fine  e intanto il paese è precipitato  nella povertà, nella insicurezza, nella guerra continua: una vera tragedia che la opinione pubblica mondiale ha quasi sempre  ignorato: d’altra parte che si poteva  fare ?

Ora questa parte disastrata del mondo attacca addirittura la maggiore potenza del mondo, gli USA e insieme tutto l’Occidente  nei suoi commerci: avremo allora un‘altra Gaza  ? e allora su chi ricadrà la responsabilità?

 

“Lettera all’America” di bin Laden

di Giovanni De Sio Cesari

Ha avuto una notevole diffusione fra i giovani universitari americani (e non americani) la “Lettera all’America” di bin Laden scritta nel lontano 2002. Per 20 anni è stata a disposizione su internet, quasi dimenticata, ma pochi giorni fa è stata rimessa in circolazione in rete da TikTok, diventando virale. Allora la lettera è stata cancellata dai siti che la riportavano e da TikTok, per cui ci è impossibile ora rintracciare il lungo testo. Siamo del tutto contrari a queste procedure non solo perché antidemocratiche, contrarie alla libertà di pensiero, ma anche perché in effetti finiscono con il mitizzare documenti, scritti, opinioni che invece andrebbero valutati nella loro fondatezza, inserite nei contesti culturali, tenendo conto di tutti gli elementi.

La censura invece finisce col dare l’idea che la democrazia nasconda la verità, che cioè sia una democrazia soltanto apparente in cui possano circolare solo le idee gradite e siano nascoste e demonizzate quelle non gradite. Vediamo allora cosa scriveva bin Laden in quella lettera: anche se non ne abbiamo il testo, in realtà si tratta di concetti ripetuti continuamente un po’ da tutte le fonti del fondamentalismo islamico e non solo da esso.

Il concetto fondamentale espresso da bin Laden è la visione di un mondo islamico (dar el islam) aggredito da una crociata del mondo occidentale, che però è visto più come miscredente che cristiano; infatti, gli attentati solo eccezionalmente hanno preso di mira luoghi di culto. A una tale aggressione, i mussulmani hanno il dovere della Jihad, che è vista come una guerra di difesa e non di aggressione. Si tenga presente che il termine Jihad indica lo “sforzo” del fedele per abbandonarsi alla volontà divina (che è poi il significato proprio di “islam”). In questo quadro, assume emblematica rilevanza lo shaid, che significa testimone: poiché “martis” in greco ha lo stesso significato, si traduce nelle nostre lingue come martire; in realtà, il concetto è molto diverso. Noi indichiamo con martire chi preferisce la morte alla rinuncia alla fede in un contesto però di non-violenza (martiri nell’impero romano), mentre in quello islamico si intende in questo caso un combattente, in genere ma non necessariamente suicida. Ricordo che anche da noi i caduti nelle crociate venivano pure a volte indicati come martiri.

La Questione Palestinese viene inserita in questo quadro di aggressione dell’Occidente, in cui gli ebrei sarebbero lo strumento della aggressione occidentale (veramente in qualche caso sarebbero i perfidi ebrei a spingere l’Occidente).

Quello che però ha successo su TikTok non è tutto il quadro generale in cui è inserita la questione palestinese, ma solo i fatti della Palestina. Gli ebrei hanno invaso un territorio non loro da oltre duemila anni, hanno scacciato dalle loro sedi avite gli arabi (mussulmani) e tuttora li opprimono perseguitano i palestinesi rimasti nel resto della Palestina.

Ora valutiamo queste idee. In effetti, gli arabi palestinesi hanno subito un’ingiustizia storica, un’invasione di un popolo straniero e su questo non vi è dubbio: occorre rendersene conto, cosa che non sempre avviene in Occidente, per cui la lettura di questa lettera può apparire una rivelazione agli occhi di una generazione americana che è sempre stata al fianco degli israeliani senza SE e senza MA. Anche secondo i principi della nostra civiltà, la ragione è tutta dalla parte dei Palestinesi e il torto tutto degli israeliani: nessun dubbio. Tuttavia, poi occorrerebbe considerare che realisticamente non è possibile distruggere Israele, che comunque tutti i confini degli stati nascono da atti di forza, da ingiustizie storiche e che ormai Israele esiste da 75 anni:  dopo le guerre del ’48, del ’56, del  ’67, del ’73 che Israele ha vinto, la situazione si è stabilizzata. Occorre allora prenderne atto e cercare un accordo: in pratica, i due stati. Senza l’accettazione dello status quo, il conflitto non si risolve. Non è che, ad esempio, gli italiani di Istria possano tornare in Istria e così i tedeschi dei Sudeti o di Danzica o gli islamici e gli induisti cacciati dalle loro sedi nella formazione dell’India e del Pakistan e così via.

Più complesso il quadro generale della pretesa aggressione occidentale. In effetti, la cultura occidentale tende a diffondersi in tutto il mondo, creando tensioni etico-politiche, religiose: esempio classico è la posizione della donna simboleggiata poi dal ijab (velo islamico); si pensi alle dimostrazioni in Iran. Ma si tratta di un fatto culturale legato alla globalizzazione per cui tutto il mondo è connesso e l’Occidente indubbiamente esercita un influsso sul resto del mondo molto maggiore di quello del resto del mondo sull’Occidente; i modelli occidentali si sono diffusi in tutto il mondo.

Esiste anche un’aggressione militare occidentale? Esaminiamo i fatti.

In realtà, nel corso della guerra fredda anche il Medio Oriente e, come un po’ dappertutto nel mondo, alcuni si schierarono con l’America, altri con il comunismo anche senza essere per questo comunisti. Non si vede però una guerra dell’Occidente contro l’islam integralista. Infatti, il M.O. si è diviso fra laici (nazionalisti) e integralisti, ma l’Occidente non si è affatto schierato con una delle parti, anzi ha inclinato più per i secondi. È vero che in Iran il regime laico dello sha si appoggiava all’Occidente, ma alleati fedeli dell’Occidente erano e sono restati i sauditi e gli emirati del Golfo, che sono tuttora gli stati in cui effettivamente la sharia viene osservata. Per contro, i regimi laici, nazionalisti alla Nasser come Iraq, Libia, Siria furono sempre nemici dell’Occidente. Negli anni ’70, l’Egitto, pur non cambiando regime, cambiò campo e divenne alleato dell’America. Siamo quindi assolutamente lontani dall’idea di Khomeini di un grande satana (l’America) e dei piccoli satani (i regimi laici locali), tutti o quasi nemici dell’America. In particolare, la resistenza contro la Russia dei talebani dell’Afghanistan fu sostanzialmente aiutata dagli americani e alle loro forniture di armi moderne si deve in massima parte il loro successo,m lo stesso bin Laden fu finanziato dagli americani  L’unico intervento diretto americano prima dell’11 settembre fu la guerra contro l’Iraq, retta dal regime molto, molto laico, a difesa della tradizionalista, molto tradizionalista Arabia Saudita.

L’idea del grande satana e dei piccoli satani è smentita da una semplice constatazione dei fatti. Nessuna aggressione da parte dell’Occidente contro l’islam: la cosa sarebbe del tutto incomprensibile per la mentalità laica e tollerante dell’Occidente. Nessun legame anche con la questione palestinese, che è considerata un fatto a parte e comunque non di carattere religioso. È vero che il quadro cambiò dopo l’11 settembre con l’invasione prima dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, ma sono interventi di difesa dell’America di fronte alla minaccia integralista che, debordando dal M.O., finisce col colpire l’Occidente: che poi tali interventi siano stati efficaci o opportuni è poi un’altra questione.

 

La crisi del Medio Oriente

di Giovanni De Sio Cesari

Nel conflitto in Palestina resta sempre da spiegare perché mai uno stato così piccolo come Israele, con meno di dieci milioni di abitanti, possa avere una preponderanza così evidente su più di mezzo miliardo di persone, una moltitudine immensa. È vero che gli USA forniscono ad Israele un aiuto sostanziale in armi e mezzi, costituendo una specie di garanzia per la sua sopravvivenza. Tuttavia, gli americani organizzarono anche un esercito ben armato in Afghanistan che si dissolse nello spazio di qualche giorno. D’altra parte, non sono mai intervenuti direttamente nelle molte guerre, sia regolari che asimmetriche, combattute in Palestina. La spiegazione generale risiede nell’arretratezza, disordine e conflitti infiniti che affliggono tutto il Medio Oriente.

Facendo un confronto, vediamo che l’Estremo Oriente ora fa concorrenza allo stesso Occidente sul piano della produzione e del benessere: si sono dedicati alla produzione di tutto ciò che potevano, dai computer ai cellulari, copiando sostanzialmente le tecniche e i metodi economici dell’Occidente. Prima sono stati i Giapponesi: distrutti dalla guerra, si sono ripresi rapidamente e hanno inondato il mondo con i loro prodotti a buon mercato. Poi le cosiddette Tigri Asiatiche come Singapore, Hong Kong e la Corea del Sud, uscita dalle macerie del tremendo conflitto dell’invasione del nord, ha raggiunto ora un reddito superiore a quello italiano e spagnolo. Infine, la Cina, risollevatasi dalle follie maoiste, è ora definita la fabbrica del mondo e si avvia a diventare la prima economia mondiale. Anche paesi arretrati come il Vietnam e la Cambogia, usciti da venti anni di tragiche guerre, ora fanno concorrenza persino alla Cina.

Il Medio Oriente, invece, pur erede di un’antica e fiorente civiltà, è in continua crisi, con livelli di vita economici di pura sussistenza, malgrado i grandi giacimenti petroliferi che riforniscono il mondo intero. I proventi di questi giacimenti hanno reso ricchissima solo una sparuta minoranza di abitanti del Golfo che vivono solo di rendita: tutte le stupefacenti ed esagerate costruzioni locali sono opera delle abilità e del lavoro di stranieri. Non si intravede da nessuna parte la prospettiva di una rinascita, di uno sviluppo, ma anzi una crisi, un generale sprofondare nella miseria dovuto anche a un’esplosione demografica incontenibile e catastrofica. La spiegazione di tutto ciò, a mio parere, è l’esplosione di guerre etniche, religiose e settarie, tutti conflitti ideologici senza soluzione e senza senso che assorbono tutte le energie, mentre in Estremo Oriente tutti lavorano fino all’estremo.

Noi ci commuoviamo di fronte ai 15 mila morti di Gaza, parliamo di eccidi, addirittura di genocidio, ed effettivamente nei conflitti in Palestina sono una enormità: nei precedenti 15 anni di conflitti in Palestina, in totale abbiamo avuto circa 15 mila vittime, fra israeliani (molto pochi) e palestinesi (la grande maggioranza come avviene pure oggi). Ma sono numeri limitati se confrontati a quelli di altri conflitti medio-orientali. Ad esempio, nello sconosciuto e vicino conflitto in Yemen tra gli Houthi e i Sauditi, si contano 100 mila morti e una terribile emergenza umanitaria di cui pare che nessuno si curi, malgrado gli appelli dell’ONU. Nella confinante Siria, dieci anni di guerra di tutti contro tutti hanno distrutto il paese, che è tornato al punto di partenza con il dominio degli Assad e del piccolo gruppo confessionale degli Alawiti. L’altro confinante, il Libano, ormai non esiste più come stato ma è preda di gruppi e gruppetti confessionali, ciascuno in competizione con tutti gli altri, incuranti di una crisi economica sempre più profonda. L’Egitto è un grande paese con oltre 100 milioni di abitanti, diciamo in pace, ma in effetti, ogni tentativo di modernizzazione sembra fallito. La Primavera Araba sembrava portare una democrazia, ma la repressione dei militari guidati da al Sissi ha provocato un numero sconosciuto di vittime, tra cui il nostro Regeni, ed è veramente un carcere a cielo aperto. In Iraq, il sistema democratico elettivo imposto dagli americani ha portato al predominio dei più numerosi sciiti sui sunniti e ha immobilizzato ogni progresso. L’Iran di Khomeini reprime violentemente ogni protesta, si trova bloccato dalle sanzioni economiche per la pretesa di crearsi una bomba atomica; prima ancora, in una guerra insensata contro l’Iraq, ci furono fra circa 500 mila e un milione di morti (non si sa nemmeno!!). La pretesa di rinascita del califfato islamico (da noi conosciuto come ISIS) ha provocato tragedie incommensurabili e un’ecatombe i cui numeri restano sostanzialmente sconosciuti. In Libia, dopo la caduta del grottesco dittatore Gheddafi, il paese è esploso e non si vede alcuna soluzione.

Anche in Palestina, gli arabi, per la piccola autonomia ottenuta, hanno causato disastri. Non hanno accettato i risultati delle elezioni, non ne hanno indette altre, si sono scontrati con 150 morti a Gaza, si sono divisi in due entità nemiche in Cisgiordania e a Gaza. L’Autorità Palestinese è screditata per la corruzione imperante, che sembra essere presente anche in Hamas. Nella stessa Gaza, la Jihad Islamica è stata prima respinta con un eccidio davanti a una moschea, poi si è insediata in minoranza e non è chiaro se rientri negli accordi sugli ostaggi. Insomma, non si sa nemmeno con chi si possa negoziare: lo stato di Palestina è scoppiato prima ancora di formarsi.

 

Ora, se Gaza avesse seguito gli esempi dell’Estremo Oriente, invece di considerare Israele come il male da distruggere, un piccolo Satana sostenuto dal grande Satana (e sciocchezze del genere) e sognare l’impossibile distruzione di Israele aspettando l’intervento divino, ora potrebbe essere la Singapore del Mediterraneo e non un carcere a cielo aperto.

Ammesso, per pura ipotesi, che i palestinesi riuscissero a distruggere Israele, si troverebbero nella stessa situazione dei libici, dei siriani e degli iracheni. Alla fine, penso che paradossalmente, se fossi un arabo e potessi scegliere dove vivere, forse opterei per essere cittadino dello Stato di Israele. Certo, questi sono cittadini di seconda categoria, soffrono delle discriminazioni, ma hanno certamente più benessere, più sicurezza e perfino più libertà che in Siria o Iraq. D’altra parte, non arrivano arabi in massa in Europa a costo di enormi rischi e sacrifici per diventare cittadini di seconda e terza categoria?

In tutto il Medio Oriente prevale l’idea che i suoi mali dipendano da cause esterne, dall’America e dall’Occidente in generale, e gli israeliani sarebbero solo un’avanguardia. Dapprima, al tempo di Nasser, il conflitto fu visto in veste colonialista e in seguito con il risveglio religioso come della lotta dei veri credenti contro i miscredenti. Ma in realtà, il colonialismo è terminato più di 60 anni fa, le guerre fra religioni, le crociate in Occidente sono finite da secoli e il concetto stesso è diventato anacronistico.

Quando finalmente il Medio Oriente si renderà conto che la via dello sviluppo non passa attraverso l’affermazione di credi religiosi, del trionfo del bene contro il male, ma più semplicemente nell’adottare tecniche e sistemi moderni che hanno dato prosperità prima all’Occidente e poi all’Estremo Oriente?