Giornata Mondiale dello Sport: ad ogni età la sua attività fisica

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Il 6 aprile 2019 sarà celebrata in tutto il mondo la Giornata Mondiale dello Sport. Per l’occasione, la Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT), sarà in prima fila per ribadire l’importanza di praticare attività fisica per tutte le fasce d’età al fine di conoscere ed armonizzare le proprie funzioni ossee.

L’attività fisica si associa all’allegria e alla gioia di vivere e alla possibilità di dividere esperienze all’interno di un gruppo spronando l’individuo alla volontà di superare i propri limiti. Non è un caso che questa Giornata dedicata allo Sport si festeggi proprio il 6 aprile, data nella quale si inaugurarono i primi Giochi Olimpici dell’Era Moderna ad Atene nel 1896.

Ogni età ha i suoi sport e ogni età trova un beneficio nello sport.

“Lo sport ha un ruolo fondamentale nelle varie fasi evolutive della persona, da quella infantile/adolescenziale all’età avanzata – afferma il Professor Francesco Falez, Presidente SIOT -. Da un punto di vista ortopedico il coinvolgimento dell’apparato muscolo scheletrico è fondamentale dal suo sviluppo al suo mantenimento in età avanzata. Noi ortopedici dobbiamo indirizzare i soggetti che sono in accrescimento anche verso uno sviluppo armonico. Man mano che la persona cresce, i benefici dello sport non sono solo osseo-articolari ma anche sistemici: lo sport aumenta le endorfine, accresce lo stato di benessere e migliora tutti gli altri apparati. Nella tarda età diventa fondamentale perché lo scheletro, e ovviamente l’osteoporosi, sono direttamente correlate ad un’attività più o meno intensa. Quindi osteoporosi e sarcopenia, dove c’è una riduzione della qualità del tessuto muscolare, si prevengono proprio facendo attività sportiva. Lo sport è fondamentale e la SIOT sostiene il concetto generale che praticare attività sportiva fa rima con salute e benessere”.

Ma qual è la giusta misura dell’attività sportiva per tutte le fasce d’età?

“In un soggetto adulto – conclude il Presidente SIOT – basta praticare attività fisica due volte a settimana; tre volte a settimana vanno bene per un adolescente, mentre per una persona anziana è sufficiente una volta a settimana”.

La SIOT indica gli sport più adatti per bambini, adulti e anziani.

  • Per i più piccoli vanno bene il basket, il volley, il nuoto, il calcio, la corsa e la ginnastica: il bambino fa tutto. E fa tutto fondamentalmente perché deve sviluppare il proprio coordinamento motorio. Quindi più fa sport meglio è, anche se bisogna stare attenti a non esagerare. Diverso il caso se il bimbo ha problemi di scoliosi. In questo caso è preferibile indirizzarsi verso sport simmetrici piuttosto che unilaterali: basket e volley sono, ad esempio, da preferire al tennis.
  • L’adulto, invece, è fondamentalmente legato alla potenza muscolare, quindi al rafforzamento dei propri muscoli: vanno bene la corsa, il tennis e la bicicletta. Per il soggetto adulto è molto importante la preparazione, per non incorrere negli effetti negativi dell’esasperazione dello sport, come tendinopatie o sovraccarichi funzionali.
  • Nella fase più anziana, infine, sono indicati la ginnastica a corpo libero, le camminate lunghe, il Tai Chi e il Pilates: insomma, tutto ciò che mantiene il coordinamento e il movimento armonico che sollecita lo scheletro e la muscolatura per prevenire osteoporosi e sarcopenia. Attività sportive a basso impatto migliorano, di fatto, la tonicità e l’elasticità muscolare dell’anziano, con conseguente miglioramento delle performance funzionali e importanti ricadute sulla qualità della vita, oltre ad un impatto psicologico e sociale altamente positivo. L’attività sportiva è utile a contrastare lo sviluppo dell’osteoporosi; migliorando tono ed elasticità si può prevenire e ridurre il rischio di fratture per una caduta, si può ridurre il rischio e rallentare l’evoluzione di patologie degenerative quali l’artrosi.

La SIOT si sofferma infine sui casi di trauma sportivo, consigliando di agire con cure appropriate anche alla ripresa rapida dell’attività, sia agonistica che amatoriale. Tutto questo è possibile grazie all’evoluzione delle tecniche chirurgiche tali da migliorare le cure e rendere più precoce il ritorno allo sport, cosi come i miglioramenti degli aspetti riabilitativi. Anche le patologie e i traumi da sport negli anziani possono essere trattati con tecnologie e trattamenti chirurgici e non solo, tali da rendere possibile il ritorno ad attività sportive a basso impatto.

 

Autismo: in Italia colpisce 1 bambino su 100

In occasione della Giornata Mondiale della Consapevolazza sull’Autismo che si celebra in tutto il mondo il 2 aprile, l’Istituto Serafico si fa promotore di un evento di sensibilizzazione che ha il fine di promuovere le reali esigenze di coloro che l’autismo lo vivono in prima persona attraverso la testimonianza diretta di Gabriella La Rovere, medico, mamma di Benedetta – una ragazza di 26 anni alla quale nel 1993 è stata diagnosticata la sclerosi tuberosa, una malattia genetica rara alla quale si è aggiunto anche l’autismo – e autrice del libro Mi dispiace, suo figlio è autistico”.

 

L’evento di presentazione del libro si è svolto presso il Teatro “Sergio Goretti” dell’Istituto Serafico, in Viale Guglielmo Marconi 6 – Assisi.

 

Nel nostro Paese l’autismo colpisce 1 bambino su 100, coinvolgendo oltre 500mila famiglie, ma per queste persone il cammino verso la piena cittadinanza  è ancora all’inizio. Permangono importanti ostacoli nell’utilizzo di tecnologie assistive; gli elevati costi delle terapie mettono in ginocchio le famiglie e vi è carenza di insegnanti specializzati all’interno della scuola.

Intossicazioni acute: in Italia 60.000 casi nel 2018 (19.500 bambini)

In Italia sono circa 60.000 i casi di intossicazioni acute registrati nell’ultimo anno, 19.500 dei quali bambini e adolescenti fino a 17 anni1. Questi i dati allarmanti presentati in occasione del Congresso della Società Italiana di Medicina di Emergenza ed Urgenza Pediatrica (SIMEUP) – Sezione Umbria che fino al 30 marzo ha visti riuniti a Perugia i massimi esperti di pediatria con l’obiettivo di discutere di importanti aspetti legati alle patologie emergenti del bambino. Nel nostro Paese, le intossicazioni acute in età pediatrica rappresentano oltre il 40% dei casi di avvelenamento segnalati ai Centri Anti Veleno (CAV) e costituiscono il 3% dei ricoveri ospedalieri e il 7% dei ricoveri d’urgenza, con un tasso di mortalità che oscilla tra 0,1% e 0,3%.2

 

Principali responsabili del 45% delle intossicazioni acute sono i farmaci. A seguire prodotti per l’igiene domestica (26%), pesticidi (7%), alimenti (4,7%), prodotti industriali (3%), piante (2,3%).2

Nausea, vomito, tachicardia, cefalea e, nei casi più gravi, perdita di coscienza e convulsioni. Questi i principali sintomi delle intossicazioni acute che possono manifestarsi immediatamente dopo l’ingestione/inalazione oppure presentarsi anche dopo 12-48 ore. Nell’88% dei casi l’ambito domestico è il luogo principale in cui avviene l’intossicazione e il 92% si verifica in maniera accidentale.

 

“Davanti a un sospetto di avvelenamento è indispensabile individuare la tipologia della sostanza tossica ingerita e consultare immediatamente il pediatra o recarsi tempestivamente in un Pronto Soccorso – ha commentato la Prof.ssa Susanna Esposito, Coordinatore Scientifico del Congresso SIMEUP Umbria e Professore Ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia -. È altrettanto opportuno ricordare di non indurre il vomito in caso di ingestione schiumogena o caustica. Nel caso in cui vi fosse un contatto cutaneo è necessario rimuovere gli indumenti contaminati e lavare accuratamente la cute, senza strofinare con acqua corrente, mentre nel caso di contatto con gli occhi è opportuno un lavaggio prolungato a palpebre aperte con acqua a getto continuo. Si tratta di misure generali di primo soccorso pre-ospedaliero che possono rivelarsi importantissime. Fondamentale, poi, portare con sé il contenitore della sostanza responsabile e accertarsi della quantità ingerita e del tempo trascorso dall’assunzione.”

 

Nel lattante e nella prima infanzia la causa principale di intossicazione acuta è da attribuirsi alla non corretta somministrazione di farmaci: il sovradosaggio e l’interazione tra più principi attivi possono portare ad intossicazione.

 

“Il bambino acutamente intossicato, soprattutto nei primissimi anni di vita, può presentare un quadro clinico molto diverso rispetto all’adulto – ha evidenziato Franca Davanzo, Direttore S.C. Centro Antiveleni Dipartimento Emergenza Urgenza – E.A.S. Ospedale Niguarda di Milano -. Questo in rapporto all’immaturità anatomo-funzionale degli organi bersaglio. La conoscenza di tali specificità è essenziale per il pediatra e per l’infermiere chiamati al primo intervento e alla successiva assistenza del bambino intossicato, sul territorio o in Ospedale. Solo dopo i 5-6 anni di età, soprattutto per quanto riguarda le alterazioni dello stato di coscienza, la risposta clinica all’insulto tossico diventa simile a quella dell’adulto”.

 

Le intossicazioni acute in età pediatrica si registrano soprattutto in fasce orarie in cui i genitori sono impegnati nella preparazione dei pasti e conseguentemente meno attenti alla sorveglianza dei bambini. Nella maggior parte dei casi, gli avvelenamenti accidentali potrebbero essere evitati seguendo delle precise regole:

 

  • Conservare i prodotti potenzialmente tossici, anche farmaci, fuori dalla portata dei bambini
  • Non travasare questi prodotti in recipiente ad uso alimentare
  • Non mixare prodotti diversi per l’igiene domestica, ad esempio acidi con candeggina
  • Non somministrare farmaci senza prescrizione medica e attenersi scrupolosamente al foglietto illustrativo
  • Conservare i farmaci nella loro confezione originale e non lasciarli incustoditi
  • Non ingerire bacche o parti di piante
  • Non raccogliere funghi se non si è particolarmente esperti e tanto meno ingerirli
  • Verificare il corretto funzionamento degli impianti di riscaldamento per contrastare il rischio di intossicazione da monossido di carbonio

 

Bibliografia

  1. Report annuale 2018 del Centro Antiveleni di Milano
  2. Gruppo di studio di tossicologia pediatrica SIMEUP

 

Fumatori: il rischio di ictus è doppio

Nel mondo nel 2010 si sono registrati 6.2 milioni di persone decedute a causa del fumo. Di queste, più di 600.000 erano non fumatrici, ma esposte al fumo passivo. Se questo numero rimanesse invariato, nel 2030 si potrebbe raggiungere la quota annuale di 8 milioni di decessi causati dal fumo. Il fumo è ancora oggi la prima causa di morte evitabile: circa il 50% dei fumatori muore prematuramente (in media 10 anni prima di un non fumatore). Questi sono i dati riferiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Agenzia delle Nazioni Unite che ha come missione il miglioramento della salute delle popolazioni.

Il fumo, oltre all’età, è il maggiore fattore di rischio delle malattie cardio-cerebrovascolari, dei tumori e delle malattie respiratorie. Le persone affette da queste patologie hanno vita più breve, sono frequentemente invalide e hanno scarsa qualità di vita; chi sopravvive ad una malattia cardio-cerebrovascolare è più facile che vada incontro a disturbi della capacità cognitiva (demenza) e a minore performance fisica (disabilità).  

Fumano più gli uomini che le donne, anche se questa differenza tra i due sessi va diminuendo; inoltre, il fumo è più diffuso nelle persone con bassa scolarità. Nel nostro Paese, secondo i dati forniti nel 2017 dal Centro Nazionale Dipendenza e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, i fumatori sono più di 12 milioni.

Il fumo è l’unico fattore di rischio che potrebbe essere completamente rimosso. È il nemico numero uno delle arterie, i vasi che portano il sangue ai tessuti: la nicotina viene assorbita dai polmoni, passa nel sangue, provoca la riduzione del lume delle arterie e riduce la circolazione del sangue, fa aumentare la pressione arteriosa e la tachicardia, causa una predisposizione alla formazione di placche ateromasiche e, infine, facilita la formazione di coaguli, che andando in circolo possono danneggiare cuore, cervello, reni e altri organi. Quando un trombo ostruisce improvvisamente una arteria cerebrale si parla di ictus.

“L’ictus è un evento improvviso, inatteso e traumatico – afferma la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale)Fumare comporta un rischio due volte maggiore di essere colpiti da ictus: i fumatori hanno la probabilità doppia che si verifichi un ictus ischemico e ben quattro volte superiore che si verifichi un ictus emorragico. Più della metà dei fumatori reduci da in ictus riprende il vizio una volta lasciato l’ospedale, ma in questo caso il rischio di morire triplica, arrivando addirittura a quintuplicare se il paziente riprende in mano la sigaretta una settimana dopo la dimissione”.

 

Per ridurre l’abitudine al fumo nella popolazione generale in questi anni è stato fatto molto, basti pensare alla restrizione del fumo nei locali pubblici, alle campagne per la conoscenza dei danni provocati dal fumo, all’abolizione della pubblicità delle sigarette, all’aumento del costo delle sigarette. Nonostante questo, ancora oggi in Italia, circa il 20% della popolazione adulta fuma abitualmente; è aumentata purtroppo l’abitudine al fumo nei giovanissimi, nei ragazzi e ancor più nelle ragazze, che a questa dipendenza tendono ad associarne altre ugualmente pericolose. Le ragazze non sanno che l’uso della pillola anticoncezionale, associata all’abitudine al fumo, può provocare eventi acuti cardio-cerebrovascolari in età giovane.

Indipendentemente da quando e quanto si fumi, smettere di fumare diminuisce il rischio di ictus: molti vantaggi si ottengono già dopo poche settimane e, dopo cinque anni, il rischio cerebro-cardiovascolare è simile a quello di chi non ha mai avuto questa cattiva abitudine. Purtroppo il rischio di tumore persiste nel tempo. Per questo è importante non fumare e aiutare le persone, in particolare i giovani che non hanno mai fumato, a non iniziare a fumare.

Secondo l’indagine Health Behaviour in School-aged Children, fuma ben il 14% di coloro che hanno soltanto 15 anni: il fumo negli adolescenti ha conseguenze immediate e a lungo termine. Oltre ad aumentare in età più avanzata il rischio verso le malattie cardiovascolari, i tumori e le patologie respiratorie, nel giovane riduce la performance fisica così come aumentano frequenza cardiaca, ansia e disturbi del comportamento, predisponendo verso l’uso di alcoolici e altre droghe. Uno dei più significativi effetti dell’abitudine al fumo è la dipendenza da nicotina, problema che induce i giovani a fumare più a lungo nel corso della vita e, quindi, ad aumentare il rischio di andare incontro ad un evento cardio-cerebrovascolare.

Fondamentali sono quindi la prevenzione e l’adeguata consapevolezza da parte dei cittadini che smettere di fumare o non cominciare affatto riduce la mortalità totale, la probabilità di incorrere in un ictus, così come i problemi respiratori e circolatori, migliorando contemporaneamente la prestazione fisica, l’aspetto della pelle, dei denti e della bocca. Il rischio dovuto all’abitudine al fumo è continuo, pertanto più si fuma e più aumenta il rischio: bastano anche poche o una sola sigaretta al giorno per produrre un rischio che è superiore rispetto a chi non fuma.

La popolazione deve essere maggiormente consapevole che i fattori di rischio da soli e, ancora di più in combinazione tra loro, aumentano notevolmente il rischio di essere colpiti da ictus. Non va comunque dimenticato che l’ictus è, come tutte le malattie cardiovascolari e i tumori, una malattia multifattoriale, cioè dovuta alla concomitante azione di più fattori: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, sedentarietà ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Le terapie della fase acuta (trombolisi e trombectomia meccanica) attualmente disponibili possono evitare del tutto o migliorare in modo sorprendente questi esiti, ma la loro applicazione rimane a tutt’oggi molto limitata per una serie di motivi. I principali sono rappresentati dalla scarsa consapevolezza dei sintomi da parte della popolazione, dal conseguente ritardo con cui chiama il 112 e quindi arriva negli ospedali idonei, dal ritardo intra-ospedaliero e, infine, dalla mancanza di reti ospedaliere appropriatamente organizzate.

“Mi dispiace, suo figlio è autistico”

In occasione della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, l’Istituto Serafico di Assisi si fa promotore di un’importante iniziativa di sensibilizzazione con la presentazione del libro

“Mi dispiace, suo figlio è autistico” di Gabriella La Rovere.

L’evento si svolgerà lunedì 1° aprile alle ore 17:30 presso la sede dell’Istituto Serafico.

 

Il 2 aprile si celebra la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, istituita nel 2008 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per migliorare la qualità della vita delle persone con autismo, permettere loro di godere di pari opportunità e di condurre una vita significativa come parte integrante della società. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a livello globale, 1 bambino su 160 ha un disturbo dello spettro autistico[1], mentre secondo gli studi più recenti in Italia l’autismo colpisce 1 bambino su 100, coinvolgendo oltre 500mila famiglie. Per celebrare la Giornata Mondiale, l’Istituto Serafico di Assisi ha organizzato un evento di sensibilizzazione volto a promuovere le reali esigenze delle persone che l’autismo lo vivono in prima persona attraverso la testimonianza diretta di Gabriella La Rovere, medico, mamma di Benedetta e autrice del libro Mi dispiace, suo figlio è autistico”. L’evento di presentazione del libro è previsto per lunedì 1° aprile alle ore 17:30 e si svolgerà presso la sede dell’Istituto Serafico, in Viale Guglielmo Marconi, 6 – Assisi.

«Con questa iniziativa vogliamo parlare di autismo attraverso la testimonianza di chi lo vive quotidianamente. Perché solo ascoltando le reali esigenze di chi vive accanto a persone neurodiverse possiamo davvero comprendere come intervenire in questo ambito. In un momento storico così difficile, in cui tutto viene decodificato in termini faziosi o letto in un’ottica individualistica, abbiamo bisogno di far fiorire la cultura», dichiara Francesca Di Maolo, Presidente dell’Istituto Serafico di Assisi.

Per le persone con Disturbi dello Spettro Autistico il cammino verso la piena cittadinanza è ancora all’inizio. Permangono importanti ostacoli nell’utilizzo di tecnologie assistive, come i costi poco accessibili, la scarsa consapevolezza del loro potenziale e soprattutto la mancanza di formazione. Bisogna fare poi i conti con gli elevati costi delle terapie, che mettono letteralmente in ginocchio le famiglie. Si stima infatti che per assistere i propri bimbi, spendano in media tra i 1000 e i 2000 euro al mese (in alcuni casi anche di più), per tutta la vita. Purtroppo non tutte le Aziende Sanitarie offrono sostegno ai genitori e anche quando il servizio è previsto, le liste d’attesa lunghissime non consentono di intervenire precocemente. Infine, ma non per importanza, bisogna tenere conto della carenza di insegnanti specializzati all’interno della scuola. Secondo l’Istat nell’anno scolastico 2017-2018[2], a fronte di oltre 43 mila alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado con un disturbo dello sviluppo (quasi il doppio rispetto ai 22 mila dell’anno scolastico 2013-2014), nel 13% delle scuole italiane nessun insegnante per il sostegno ha frequentato un corso specifico.

«Ricostruire una cultura che parta dalla verità del primato della vita e dalla reale esperienza umana è tanto urgente quanto ripensare i servizi per le persone con autismo e per le loro famiglie. Perché una società che mette al bando la diversità è disumana e irragionevole. L’opera del Serafico è da sempre orientata a valorizzare le risorse e le peculiarità di ogni singolo individuo. Noi non lavoriamo sui limiti, ma sulle infinite potenzialità dei nostri bambini e ragazzi. È proprio questa la strada maestra che la politica dovrebbe intraprendere per ritrovare la via dello sviluppo e della sostanziale democrazia. Una strada accessibile a tutti, anche in termini economici, che non conosca disuguaglianze e discriminazioni, ma che possa far fiorire la bellezza e il talento di ognuno, senza lasciare nessuno indietro», conclude la Presidente Di Maolo.

Negli ultimi tre anni, il 39% degli utenti che si sono rivolti all’Unità Diagnostica dell’Istituto Serafico presentava problematiche riconducibili aiDisturbi dello Spettro Autistico (ASD). Si tratta di un insieme eterogeneo di alterazioni del neurosviluppo, causate da fattori genetici o ambientali, la cui condizione compare in età infantilema accompagna il soggetto per tutta la vita, con diverse possibilità relativamente all’acquisizione di autonomia personale. La definizione “spettro autistico” indica che tali disturbi colpiscono ciascuna persona in modo differente variando da una lieve a una grave sintomatologia, ma in generale sono sempre caratterizzati da una compromissione della capacità di interazione socialedella capacità di comunicazione, o dalla presenza di comportamenti, interessi e attività stereotipate. Attraverso una valutazione multifunzionale e multidisciplinare, gli specialisti del Serafico definiscono e sviluppano per ogni bambino o ragazzo un progetto individuale, riconoscendo il ruolo determinante della famiglia quale parte necessaria per la sua attuazione, nonché la collaborazione con le altre figure professionali in ambito sanitario, sociale e scolastico.

«Il progetto individuale prevede percorsi educativi-abilitativi-riabilitativi e laboratori di pedagogia speciale che hanno l’obiettivo di fornire risposte concrete ai bisogni emergenti dei nostri ragazzi, sviluppare e migliorare le potenzialità di ciascuno di loro e garantire un ambiente familiare e sociale inclusivo e solidale. In questo ambito, è fondamentale investire sulla formazione di personale specializzato e per questo, in accordo con le linee guida internazionali, a giugno avvieremo un corso ABA (analisi applicata del comportamento), un metodo molto efficace già utilizzato in altri Paesi che favorisce la riduzione di comportamenti disfunzionali, migliora e aumenta la comunicazione, l’apprendimento e i comportamenti socialmente appropriati», dichiara il Dott. Sandro Elisei, Direttore Sanitario dell’Istituto Serafico di Assisi e coordinatore del Centro di Ricerca “InVita”. «La complessità di questi disturbi rappresenta una sfida anche per il nostro Centro di Ricerca, attualmente impegnato su due progetti: un progetto di ricerca innovativo con l’attivazione di un laboratorio espressivo a mediazione artistica e tecnologica finalizzato a favorire la comunicazione e una maggiore integrazione e consapevolezza di sé attraverso esperienze simbolico-espressive; e uno studio sulla gestione delle autonomie nei ragazzi con autismo», conclude il Dott. Elisei.

LA TESTIMONIANZA DI GABRIELLA LA ROVERE: LA LOTTA QUOTIDIANA DI UN GENITORE PER LA DIFESA DEI DIRITTI DI UN FIGLIO AUTISTICO

 

«È arrivato il momento di cominciare a considerare l’umanità come una polifonia di voci e strumenti differenti che, nonostante le dissonanze, suonano insieme», sono le parole tratte dal libro Mi dispiace, suo figlio è autistico” di Gabriella La Rovere, medico e mamma di Benedetta, una ragazza di 26 anni alla quale nel 1993 è stata diagnosticata la sclerosi tuberosa, una malattia genetica rara alla quale si è aggiunto anche l’autismo.

Quella di Gabriella La Rovere è la testimonianza di un rapporto speciale, perché essere genitori di bambini autistici significa essere l’unico tramite tra loro e il mondo esterno, farsi portavoce presso le istituzioni e l’opinione pubblica di ferme richieste di attenzione a bisogni unici, di esigibilità di diritti spesso negati. Gabriella racconta quanto abbia dovuto combattere quotidianamente per garantire a Benedetta inclusione e pari opportunità, plasmando il proprio tempo libero sulle esigenze di apprendimento di sua figlia perché, spiega, «i bambini autistici riescono a decodificare la realtà solo se la vedono, non hanno il pensiero astratto».

L’autrice racconta la sua vita accanto a Benedetta attraverso episodi quotidiani tratti da una realtà in apparenza normale ma dove, ad esempio, andare a fare la spesa potrebbe causare una crisi. Mette in evidenza i problemi da affrontare quando si parla di autismo, dalla difficoltà a trovare insegnanti competenti e percorsi scolastici adeguati, al forte impatto economico che le terapie hanno sulle famiglie, fino alla totale mancanza di una vera cultura della disabilità e della diversità. Ma il racconto di Gabriella è anche un inno alla vita, perché né lei né Benedetta si sono mai arrese e insieme hanno conquistato traguardi inimmaginabili. «Bisogna trovare la forza per non mollare mai, perché c’è sempre una possibilità di miglioramento, anche quando sembra tutto nero». Benedetta oggi studia le lingue e le percussioni, per le quali dimostra uno spiccato interesse, svolge tanti laboratori a fianco di professionisti del settore ed è la gioia più grande di Gabriella.