La guerra delle pance in Palestina

Si resta colpiti dolorosamente dal numero di bambini vittime della guerra di Gaza. Ovviamente non è che gli israeliani prendano di mira i bambini (come pure qualcuno lascia credere): colpiscono in teoria gli obiettivi militari di HAMAS, ma poiché questi si trovano fra la gente comune, colpiscono la gente comune. Diciamo pure che si tratta di bombardamenti indiscriminati, a tappeto come si diceva ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, anche se non arrivano all’orrore delle bombe incendiarie di Dresda, del bombardamento su Tokyo e della atomica su Hiroshima.

Naturalmente, la proporzione delle vittime riflette quella della composizione della popolazione civile: abbiamo un numero pressoché uguale di donne e uomini e un numero spropositato rispetto ai nostri standard di bambini. Perché allora c’è questa sproporzione di bambini rispetto a quella che ci aspettiamo nei paesi europei?

Non si tratta di un caso, certamente, ma del fatto che gli abitanti di Gaza fanno un numero spropositato di figli, credendo in questo modo, a torto o a ragione, di poter vincere alla lunga contro l’odiato Israele. Negli anni ’80, a Gaza città (comprensorio), c’erano 100.000 persone che ora, in 40 anni, sono diventate 500.000: con questo trend, ora in Italia saremmo oltre 300 milioni!

Ma non è solo Gaza: tutta la striscia è passata negli ultimi 40 anni da 500.000 a 2,2 milioni di abitanti senza alcuna immigrazione, si intende. Le vere vittime sono poi le donne, costrette a una vita terribile: certo, la maternità è una gioia per una donna, ma avere 10 figli per combattere i nemici e disperatamente cercare di allevarli nella miseria, nelle angustie e nell’insicurezza diventa una tragedia che pochi rilevano in Occidente.

Ricordo un’intervista trasmessa in TV in cui una donna di Gaza diceva che da quando era iniziata la guerra il marito non la picchiava tanto come prima: che orrore!

E poi sentire movimenti femministi inneggiare alla resistenza di Gaza…

Ma se allarghiamo l’orizzonte, vediamo che in Palestina i profughi da Israele nella Nakba (catastrofe) del 1948 furono intorno ai 700.000, più o meno il doppio dei nostri dell’Istria, che non hanno avuto certo una risonanza paragonabile; se poi consideriamo che gli ebrei cacciati dai paesi arabi erano pressappoco lo stesso numero, possiamo dire che fu uno scambio di popolazioni più o meno alla pari.

Ma i profughi palestinesi sono diventati poi una marea che cresce continuamente. Si calcola ora in 6 o 7 milioni i discendenti, quasi 10 volte in 70 anni (con lo stesso ritmo, in Italia saremmo quindi 500 o 600 milioni: e dove ci metteremmo?).

La soluzione del problema diventa quindi sempre più difficile: in qualche modo si è raggiunto lo scopo di tenere la questione ancora in primo piano, ma a quale prezzo e con quale prospettiva? Miseria, guerre e disperazione, senza quasi nessuna prospettiva di soluzione perché comunque non è realistico pensare di distruggere Israele.

Però dobbiamo pure rilevare che un discorso analogo si può fare anche per Israele. Lo stato fu creato fondamentalmente da askenaziti provenienti dall’Europa, in genere di alto grado di civiltà e cultura, e tuttora è amministrato prevalentemente da essi. Tuttavia, la minoranza proveniente dai paesi arabi e quindi di cultura araba,  denominati Mizrahim o anche impropriamente sefarditi, ormai sono il doppio di quelli di origine europea: 55-60% rispetto al 30-35%.

Ancora più impressionante è poi la crescita demografica degli Haredin: si tratta di fondamentalisti religiosi ebraici detti comunemente ultraortodossi. Seguono in modo puntuale, direi ossessivo, le prescrizioni bibliche: le donne non possono indossare abiti senza maniche, di sabato non girano nemmeno gli interruttori dell’energia elettrica, e hanno due frigoriferi, uno per il burro e l’altro per la carne, perché da qualche parte è scritto che i due elementi non devono mescolarsi (chi sa poi perché). In genere, questi non discendono dai Mizrahim come si potrebbe pensare, ma dagli askenaziti: da una piccola e trascurabile setta (fra le tante che popolano l’ebraismo) ormai superano il milione di abitanti.

Ovviamente, fra questi è diffusa l’idea che tutta la Palestina sia stata donata da Dio solo ai figli di Israele e che sarebbe sacrilego cederne solo un lembo. La stessa teoria ma opposta a quella di HAMAS, secondo cui tutta la Palestina sarebbe un waqf (deposito, stesso termine usato per le banche) di Dio e quindi anche qui cederne anche solo un lembo sarebbe sacrilego.

Tuttavia, forse l’incremento più eclatante è stato quello degli arabi cittadini di Israele: alla formazione dello stato di Israele erano solo 148.000, ora sono due milioni (come se in Italia fossimo 400 milioni). Insomma, Israele sta diventando anch’essa sempre di più un paese del Medio Oriente e sempre di meno un paese occidentale trapiantato in Medio Oriente, non sembra più il paese di Golda Meir e di Moshe Dayan. Per il momento, i laici di origine europea conservano ancora i posti chiave, ma che avverrà fra qualche tempo quando il loro numero in proporzione si ridurrà sempre di più?

In conclusione, la “guerra delle pance” noi occidentali la stiamo perdendo in Palestina, dove pure gli occidentali non sono in crisi demografica.

La perderemo anche noi dell’Occidente in paurosa e ignorata crisi demografica in tutto il mondo?

Temo di sì.

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