Genocidio a Gaza?

di Giovanni De Sio Cesari

Su iniziativa del Sud Africa, è stata attivata una procedura di accusa di genocidio contro Israele per i fatti di Gaza presso la Corte Internazionale di Giustizia. Non sappiamo quale esito essa possa avere: benché in teoria si tratti di un fatto giuridico, in realtà si tratterà di una sentenza profondamente influenzata da visioni politiche, come sempre in tutti questi casi. La sentenza non avrebbe poi effetti concreti ma tuttavia rafforzerebbe tutto il fronte contrario ad Israele per quei fatti che è già molto esteso a livello popolare in Occidente, prevalente nel resto del mondo e praticamente unanime nei paesi islamici. Poiché Israele è garantita nella sua sopravvivenza dall’Occidente, un’espansione dell’antisionismo in Occidente potrebbe spingere i relativi governi, democraticamente eletti, a non dare più sostegno incondizionato ad Israele. Per questo motivo, Israele ha deciso di intervenire nel dibattito dinanzi al tribunale e far sentire le sue ragioni onde evitare una condanna.

Esaminiamo però in questa sede la fondatezza dell’accusa al di là di ogni cavillo giuridico: veramente i fatti di Gaza possono essere considerati un genocidio? Ovviamente, la risposta dipende da cosa intendiamo per genocidio e da come interpretiamo i fatti di Gaza.

Esiste una definizione di genocidio nella Convenzione Internazionale del 1948:

“Con la presente convenzione si intende per genocidio qualsiasi degli atti dopo menzionati perpetrati con l’intenzione della distruzione totale o parziale di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale a) uccisione dei membri del gruppo b) Lesione grave della integrità fisica o mentale dei membri del gruppo c) sottomissione intenzionale del gruppo a condizioni di esistenza che portino alla sua estinzione fisica totale o parziale. d) Mezzi destinati a impedire nascite nel seno del gruppo c) trasferimento forzato da bambini del gruppo a altro gruppo.”

Come sempre avviene nelle convenzioni internazionali, si tende a estendere il concetto per motivi umanitari che spesso rende tali convenzioni estensibili senza confini ben definiti, ma non ci soffermiamo su questo.

Il punto essenziale è che occorre l’intenzionalità e la distruzione parziale o totale del gruppo. Ora è vero che grande commozione destano i 24 mila morti di Gaza con proporzione di donne e bambini relativi alla composizione della popolazione, ma rappresentano intorno all’1% della popolazione: può considerarsi una distruzione se non totale almeno parziale del gruppo? La convenzione non dà una proporzione esatta, ma certamente deve intendersi una parte consistente e non pare questo il caso di Gaza. D’altra parte, è vero che i 24 mila morti di Gaza sono molti di più delle 1400 vittime israeliane del 7 ottobre: ma gli israeliani potrebbero uccidere non 24 mila ma 240 mila gazawi o anche di più, mentre se HAMAS ne ha uccisi 1400 è solo perché non è riuscita a ucciderne altri. Non c’è quindi l’intenzione israeliana di sterminare i palestinesi, intenzione che si potrebbe invece ipotizzare per HAMAS (ma non la proporzione).

Non esiste quindi né l’intenzionalità né i fatti che possono definire un genocidio. Potremmo dire che gli israeliani sono gli invasori, che gli arabi combattono una guerra giusta, che ci sono eccessi a Gaza e altro ancora, ma l’accusa di genocidio appare del tutto infondata.

Ma a prescindere dai criteri giuridici sempre molto relativi, guardiamo ai precedenti  storici di genocidio  Certamente la Shoah è stato un genocidio intenzionale in cui 6 milioni di ebrei persero la vita e i superstiti sopravvissero solo perché i nazisti non riuscirono a sterminarli. È un fatto unico nella storia: milioni di persone deportate e uccise SOLO perché ebree, in cui quel SOLO significa che non avevano fatto niente contro i loro assassini, anzi si lasciavano deportare disciplinatamente e ordinatamente, inconsapevoli del loro destino.

Gli ebrei non combattevano i tedeschi, nessun vantaggio bellico poteva derivare ai loro persecutori, anzi distraeva parte delle loro forze, soprattutto per quanto riguarda i mezzi di comunicazioni. Aggiungerei che accanto al genocidio degli ebrei ci fu quello degli zingari che ha caratteri simili anche se numericamente molto inferiore.

Un altro genocidio del ‘900 che si ricorda è quello degli Armeni, che però non ha gli stessi caratteri. L’esercito turco era impegnato sul fronte del Caucaso con quello russo sul confine che allora divideva la Armenia turca da quella russa: nella parte turca si diffuse un movimento pro-russo al fine di riunificare le due Armenie e molti armeni disertarono dall’esercito turco per passare in quello russo. I turchi si sentirono minacciati alle spalle nel territorio in cui combattevano e vollero deportare tutti gli armeni ai confini della Siria. La mancanza di mezzi e organizzazione si risolse in un immane massacro in cui perirono la maggior parte della popolazione per insensibilità dei deportatori e solo una piccola parte raggiunse la Siria (in seguito si installarono in parte anche a Gerusalemme). Non si conoscono le proporzioni esatte del massacro: le cifre più comuni sono di 1 milione e 400 mila morti su una popolazione di 1 milione 750 mila. Non c’era quindi all’inizio una vera intenzione di sterminio, ma supposte esigenze belliche. In seguito i Turchi non riconobbero lo sterminio con Kemal Ataturc e lo definirono come un drammatico fatto di guerra e tuttora mantengono questa posizione ed è considerato reato in Turchia parlare di genocidio. La intenzionalità rimane alquanto incerta ma comunque ci fu uno sterminio.

Il terzo genocidio che viene citato è quello dei Tutsi: esso si situa nell’ambito di una rivalità secolare punteggiata di massacri di massa. Nel 1994, l’aereo del presidente del Ruanda di etnia Hutu fu abbattuto da un missile: gli Hutu allora insorsero e uccisero, il più delle volte con machete e bastoni, tutti i Tutsi che poterono in tre mesi di orrendi massacri. Le cifre non sono sicure, ma si pensa a circa un milione di morti e solo circa 200 mila riuscirono a salvarsi. In questo caso la volontà sterminatrice era chiara e indubitabile, non c’erano esigenze belliche immediate e furono sterminati intorno all’85% dei Tutsi.

Come si vede, non si possono confrontare i fatti di Gaza con questi tragici episodi, sia per l’intenzionalità e soprattutto per la percentuale dei morti.

In seguito, estendendo il concetto, si è parlato di genocidio per i pellerossa nel West americano, per i nativi dai conquistadores spagnoli, per gli aborigeni australiani e per tantissimi altri casi, ma si tratta di una estensione ad altre epoche e altre circostanze: in fondo nella storia avviene a volte che negli scontri bellici intere popolazioni siano sterminate. Ma i palestinesi di oggi sono circa cinque o sei volte quelli degli inizi dello scontro con gli israeliani.

Nell’attuale Medio Oriente potremmo parlare di genocidio degli Yazidi ai tempi del califfato: gli uomini furono uccisi e le donne date come schiave sessuali ai combattenti del califfato non perché gli Yazidi combattessero contro il califfato, ma perché appartenenti a un gruppo religioso non compatibile con l’islam, ma che pure avevano sempre convissuto con gli islamici. La percentuale dei morti però non supera il 3 o 4%: non si può parlare di genocidio.

Direi che con una estensione del termine si potrebbe parlare di genocidio a proposito dei cristiani, il cui numero in M.O. è diminuito drasticamente e le fiorenti comunità di un tempo vanno sparendo (in particolare i caldei dell’Iraq): tuttavia non sono stati sterminati ma sono emigrati per le difficoltà in cui si sono venuti a trovare per l’esplodere del radicalismo islamico: potremmo parlare al limite di pulizia etnica.

In generale diciamo che le lotte religiose hanno sempre un po’ il carattere del genocidio: non si riesce a convertire una popolazione che segue una diversa credo (in genere setta del ramo principale) e quindi il conflitto stesso finisce per coincidere con la soppressione fisica dei suoi componenti (si pensi agli albigesi o alle lotte fra cattolici e protestanti).

Nulla quindi di quello che potremmo comunque avvicinare al genocidio avviene a Gaza, dove è invece in corso una terribile guerra di cui i bombardamenti indiscriminati sono l’aspetto più sanguinoso. Purtroppo, da un secolo, i bombardamenti sui civili sono una delle armi più usate e più importanti: da quello di Guernica a quelli su Londra, a Dresda, alla Germania spianata quasi per intera, a quelli ancora più micidiali sul Giappone culminati con l’atomica e in tempi più recenti su Vietnam, sulla Serbia perché si ritirasse dal Kosovo, sull’Iraq nella Prima Guerra del Golfo, e quelli forse più micidiali sul califfato: l’elenco sarebbe infinito. Lo scopo dichiarato è sempre stato quello di colpire le forze nemiche, ma quello reale invece è quello di fiaccare lo spirito della nazione nemica.

Nel caso specifico di Gaza, non potendo colpire direttamente HAMAS perché non è un esercito in campo aperto, si colpiscono i territori da essi controllati e supportati nel tentativo che la popolazione smetta di supportarli.

Come tutte le guerre anche quelle di Gaza potrebbe finire con una delle parti  che si dichiara perdente come avvenne per la Germania o il Giappone. Hamas potrebbe  porre termine in ogni momento alla guerra  anche senza dichiararsi perdente, anche semplicemente con la restituzione degli ostaggi, con la dichiarazione  che non colpira più Israele se non proprio riconoscendo la sua esistenza

Non si può dire che HAMAS non siano i palestinesi. Sarebbe come dire che gli americani non dovevano bombardare la Germania, ma i nazisti. Hamas sarebbe allora una banda di estranei, e i gazawi dovrebbero consegnarli agli israeliani. Ma in realtà, Hamas rappresenta non solo Gaza ma una parte consistente di tutto il mondo arabo da cui riceve finanziamenti e soprattutto incoraggiamento.

È vero che le convenzioni di guerra vietano di colpire deliberatamente i civili, ma esse non sono rispettate da almeno un secolo, salvo qualche eccezione come le guerre arabo-israeliane del ’56, ’67, ’73, e comunque valgono sempre in reciprocità: non mi pare che il 7 ottobre HAMAS le abbia rispettate.

I palestinesi cadono in una guerra come infiniti altri nella storia dell’umanità, da quella mitica di Troia alle ecatombi della Seconda Guerra Mondiale, dall’assedio di Gerusalemme del 70 d.C. con episodi di cannibalismo a quello di Leningrado in cui mezzo milione di civili morirono di stenti e i genitori dovevano scegliere quale figlio cercare di far sopravvivere.

Nello stesso Medio Oriente di oggi, ci sono tante guerre e stragi di fronte alle quali i caduti palestinesi sono ben pochi in confronto: basti pensare ai milioni di morti della guerra Iraq-Iran, della Siria, delle immani stragi del califfato, delle repressioni dei regimi dittatoriali installati ovunque nel mondo arabo.

Purtroppo, la guerra è un male, è una tragedia che, come tale, deve essere sempre fuggita. Le guerre si combattono con i mezzi necessari a vincerle: non possiamo illuderci che i mezzi possano essere scelti secondo criteri umanitari.

Questa è la triste, tristissima realtà.

 

 

 

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