Mer. Mag 29th, 2024

Gaza: i torti e le ragioni

Smoke rises after Israeli airstrikes in Gaza in Gaza City, Tuesday, May 11, 2021. (AP Photo/Hatem Moussa)
Smoke rises after Israeli airstrikes in Gaza in Gaza City, Tuesday, May 11, 2021. (AP Photo/Hatem Moussa)

di Giovanni De Sio Cesari

Le tragiche vicende di Gaza hanno scatenato le consuete contrapposizioni e come opposte tifoserie, ci si schiera da una parte e dall’altra, tutti sicuri delle proprie ragioni e dei torti degli altri. In Occidente prevale la posizione che dà ragione agli israeliani, ma non mancano minoranze, in genere frange antagoniste, che assegnano al contrario le ragioni ai Palestinesi, se non proprio ad HAMAS. Nel mondo arabo musulmano, invece, grandi manifestazioni a favore dei palestinesi, spesso incontrollati entusiasmi per HAMAS: in realtà, ciò che Tel Aviv e tutto lo stato sionista bruciano è il sogno di ogni arabo. Ma gli arabi più realisti, le élite al governo, si rendono conto che è solo un sogno e quindi frenano, ma non tanto apertamente per timore che il sentire generale possa travolgere le dittature nelle quali si identificano.

Si ricomincia a sentire da 50 anni le stesse tesi di chi dà ragione ai palestinesi o agli israeliani (con tutto quello che c’è di mezzo) e quindi di invocare la pace secondo giustizia. Ma dove sono le ragioni e i torti? E quindi, dov’è la giustizia? Il problema non è solo che le ragioni e i torti non sono mai tutti da una parte, cosa che dovrebbe essere evidente a tutti, ma il punto più importante è che l’individuazione di essi non è un fatto oggettivo, ma dipende dai criteri che adotta chi giudica delle ragioni e dei torti.

Chiarisco: in logica si distingue un giudizio di fatto (Antonio ruba) da uno di valore (rubare è male). Nel primo caso, si tratta di una corrispondenza con la realtà (c’è stato il furto?), che a volte è molto semplice, a volte difficile, a volte irrisolvibile. Nel secondo caso, nel giudizio di valore, si tratta di vedere la corrispondenza a un nostro valore, cioè a un criterio che noi adottiamo in genere per motivi di cultura, di appartenenza a una comunità. Quando di fronte a un conflitto vogliamo prendere una posizione e possibilmente risolvere la questione, dobbiamo considerare i giudizi delle parti in causa, che quasi sempre sono opposti perché relativi a valori opposti adottati dalle parti. Se è possibile arrivare a un compromesso, tenendo conto REALISTICAMENTE della situazione, allora si può arrivare alla pace; se proprio non è possibile, allora dobbiamo fare purtroppo la guerra. Ma se pretendiamo che quello che noi riteniamo giustizia E BASTA deve trionfare, allora la guerra continuerà implacabile.

Tutto questo è particolarmente vero per la questione palestinese, che è un fatto unico nella storia del mondo, senza precedenti, difficilmente assimilabile ad altre situazioni. È un caso unico nella storia che una nazione dispersa per più di duemila anni fra genti diverse mantenga comunque la sua coscienza nazionale, che essa ritorni alla terra di origine, che riesca a prenderne il controllo. Mai avvenuto che un piccolo popolo di qualche milione di individui riesca a tener agevolmente in scacco un mondo di mezzo miliardo di individui, riesca a tener testa con facilità a un interamondo costituito da mezzo miliardo di individui.

Ad esempio, si fa confusione concettuale fra anti-ebraismo, antisemitismo e antisionismo. L’anti-ebraismo è un fatto religioso: il malvagio è chi segue il giudaismo; se si converte al cristianesimo (o all’islam), non è più un malvagio (gli apostoli erano tutti ebrei). Anti-semitismo è un fatto razziale; l’ebreo è sempre un malvagio, non importa quale religione o parte politica segua. Anti-sionismo è un fatto politico; il malvagio è colui che sostiene Israele, non importa se è ebreo o meno. Infatti, l’OLP colpiva anche gli europei e americani che sostenevano Israele e lodava quei (pochissimi) ebrei che sono contrari a Israele.

Esistono, ad esempio, presso Gerusalemme i Neturei Karta: una piccola setta ebraica che contesta la legittimità di Israele e sostiene la causa palestinese. Sono ebrei per razza e religione ma contrari a Israele, a un certo punto un suo esponente fu perfino chiamato a far parte del governo di Arafat.

Analogamente, Israele non è un baluardo di democrazia in M.O.: l’opposizione fra arabi e israeliani non c’entra niente con l’opposizione fra democrazia e dittature: non siamo alla guerra fredda fra comunismo e liberalismo del 900, né allo scontro fra liberali e reazionari del 800: anche se Israele fosse una dittatura circondata da paesi liberali, non cambierebbe per niente il problema. È vero che negli anni ’70 del secolo scorso la lotta dei palestinesi fu stranamente collegata allo scontro fra capitalismo e comunismo, ma quello scontro ormai non esiste più.

Ancora, ancora più privi di fondamenti sono i paralleli che spesso vengono fatti fra il nazismo e lo stato di Israele; anche se è vero che si può diventare cittadini di Israele perché appartenenti alla etnia (discendente da Israele, cioè Giacobbe), nulla accomuna il nazismo con il sionismo.

Ora torniamo ai giudizi sui fatti di Gaza. Il terrorismo non è una scelta malvagia ma il modo di combattere di chi non ha le forze, le armi; e d’altra parte, la reazione, il modo di combatterlo, è altrettanto terroristico: è la tragedia delle guerre cosiddette asimmetriche, e così è avvenuto sempre, dal lontano Vietnam al più recente Afghanistan. Mi pare però in questo caso Hamas ha esagerato nuocendo alla sua propria causa. Così, in Palestina, il terrorismo è l’arma dei deboli, dei palestinesi che non hanno mezzi per affrontare il nemico in campo aperto. Così come è vero pure il contrario, che gli israeliani non hanno altro mezzo che l’intervento indiscriminato, perché non è possibile lo scontro aperto. Hamas ha ritenuto che maggiori fossero state le vittime israeliane, maggiore sarebbe stata la sua reazione, e che da tutto questo potesse nascere un processo che alla fine portasse alla distruzione dell’entità sionista.

Per essere precisi, HAMAS non vuole difendere Gaza, ma distruggere Israele, che certamente non vuole essere distrutta. Gaza è stata trasformata in una orrenda prigione a cielo aperto non da Israele, ma da HAMAS stessa. Infatti, quando la striscia passò dal controllo egiziano a quello israeliano nel lontano 1967, fino al 2005, non ci furono particolari problemi. Vi si insediarono un piccolo numero di coloni israeliani che fecero fiorire il deserto (come ovunque), e gli abitanti trovavano lavoro in Israele. Poi, dal 2005, si ritirarono. E allora, dopo aver distrutto le colture impiantate dagli israeliani, Gaza divenne la base degli assalti continui a Israele, per cui furono chiuse le frontiere e iniziò il blocco, con periodici conflitti aperti con disastri e sofferenze sempre maggiori per la popolazione. Ora Gaza non produce nulla e vive con gli aiuti internazionali, praticamente dell’Occidente di cui si sentono nemici mortali. Per i giovani, non c’è nessuna prospettiva, solo quella di avere un abbondante numero di figli per aumentare la pressione demografica, fare carriera nelle file di HAMAS. Ma dal punto di vista di HAMAS, questo modo è l’unico modo di impedire che la situazione attuale diventi definitiva, di scuotere lo status quo nella prospettiva di distruggere l’entità sionista, come dicono.

Tutto questo si è innestato su una frustrazione antica e sempre sono stati costretti a risorgere. Dalla sconfitta di Kahlenberg del 1683, gli islamici sono stati costretti a ritirarsi, perdendo praticamente tutte le guerre. Un secolo fa, tutto il mondo arabo-islamico era controllato dagli europei, che si sono ritirati cinquanta anni fa; tuttavia, quel mondo arabo è rimasto così arretrato e in disordine che non riescono ad affrontare un piccolo stato come Israele. Da qui nasce la frustrazione del mondo arabo di fronte a Israele, che è una componente veramente basilare della politica di tutto quel mondo. In fondo, con la formazione di Israele, ci furono circa 700.000 profughi facilmente assorbibili dall’immensità del Medio Oriente: si pensi che in Europa ci furono decine di milioni di profughi. Però quel fatto è rimasto per gli arabi una catastrofe (Nakba) irrimediabile, dalla quale sognano sempre di risollevarsi battendo Israele.

Dall’altra parte gli israeliti sono riusciti dopo duemila anni di dispersione, soprattutto di persecuzioni, a costituire il loro stato, a far fiorire una terra che era poverissima, a costituire uno stato avanzato: non potremmo rinunciare a tutto questo, mai in nessun caso, e lo difenderanno fino all’estremo. Esiste però anche una divergenza nel loro ambito a cui spesso non si pone grande attenzione. Lo stato fu fondato da ebrei ashkenaziti provenienti dall’Europa e quindi di cultura europea, maggiormente socialista, ma soprattutto laica. In seguito, però, anche la immigrazione di ebrei sefarditi provenienti dal M.O ha fatto sì che siano fiorite anche correnti integraliste religiose non molto dissimili da quelle del fondamentalismo islamico che percorre il mondo islamico. Da quello spirito nascono le colonie, indicate con il termine di “hitnakhluyot,” che evoca la terra promessa da Dio. In realtà, per Israele, queste colonie non sono poi essenziali, includono solo una minoranza, ma tuttavia assumono un valore assoluto per gli ambienti integralisti: sarebbe un sacrilegio rinunciare anche a un solo lembo della terra assegnata migliaia di anni fa ai figli di Israele direttamente, nientedimeno che da Dio stesso. Le colonie costituiscono uno ostacolo insormontabile alla soluzione teoricamente da tutti prospettata di due stati, uno israeliano e uno palestinese.

Ora, in conclusione, sembra che bisogna adottare, come dicevo, un criterio non di astratta giustizia, che, come mostravo, è troppo diverso dalle due parti in conflitto, ma un criterio di pragmatico di fattibilità. Ora, io non giudico se distruggere Israele sia giusto o meno (come dicevo, secondo me non ha senso), ma credo che sia una meta ormai irrealistica e quindi in effetti si creano solo immense tragedie per gli arabi di Gaza. Io non dico, quindi, se sia giusto o meno quello che fa Hamas, ma solo che è una prospettiva del tutto irrealistica. Ma loro non la credono irrealistica, soprattutto perché pensano che Dio sia con loro e “Dio è grande” (Allah akbar, gridano morendo). Così, sono convinto che le colonie ebraiche sono un ostacolo che deve essere rimosso almeno in parte se si vuole raggiungere una pace stabile. Ma una parte degli ebrei ritiene che sarebbe andare contro la volontà di Dio. E se  permangono queste visioni, le tragedie in Palestina continueranno periodicamente, implacabili, generazione dopo generazion

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