Mer. Mag 29th, 2024

Si è spento ieri, all’età di 88 anni, Otello Profazio, uno dei più grandi artisti della tradizione popolare italiana. Nato a Rende (CS), si è sempre definito un cantastorie che si sente più legato alle cose che dice piuttosto che al modo in cui le dice. Il suo è stato uno stile unico nel quale riusciva a far convivere la tradizione e l’interpretazione personale. Nella sua lunga carriera ha cantato, e inciso, il reperto­rio dei cantastorie, le poesie di Ignazio Buttitta, il più grande poeta del Novecento siciliano (secondo Profazio è da parago­nare a Pablo Neruda), ha collaborato con Rosa Balistreri e Antonino Uccello, ha portato le sue canzoni, e la cultura calabro-siciliana, in radio (con il programma Quando la gente canta), in tv (Canzonissima) e in tutto il mondo con un’intensa attività concertistica. Tra l’altro, Otello Profazio è stato l’unico cantante folk ad aver ricevuto un Disco d’Oro (per Qua si campa d’aria, uscito nel 1974 per la Fonit-Cetra e che ha venduto più di un milione di copie) ed è anche stato l’unico italiano ad aver ricevuto il premio Pitrè, una sorta di premio Nobel per l’Antropologia che si assegna ogni anno a Palermo.
Ho intervistato Otello Profazio nel dicembre 2003, l’intervista è stata poi pubblicata sul mensile online Operaincerta.

Operaincerta esce esclusivamente in internet ed è, probabilmente, un giornale letto soprattutto da giovani. Può spiegare ai nostri lettori chi è Otello Profazio?
Io mi definisco un cantastorie, anche se sono un canta­storie di diverso tenore rispetto a quelli tradizionali, gli ultimi sono stati Orazio Strano, “il re dei cantastorie”, e Ciccio Busacca, forse il più noto, che finì la sua carriera lavorando con Dario Fo e perdendo, in questo modo, la sua genuinità.

Vuole spiegarlo meglio?
Sentire Ciccio Busacca che canta della morte di Turiddu Carnevale o della storia di Salvatore Giuliano e poi, una volta entrato in politica, sentirlo parlare male del Papa, è anticul­turale, almeno per quanto riguarda il cantastorie. Perché il cantastorie, nella tradizione, è uno che dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Io stesso, quando canto La Baronessa di Carini, non si sa se parteggio per la baronessa o per il padre che l’ha uccisa. Non si deve sapere. Dev’essere il pubblico, con la sua sensibilità, a interpretare la storia. Perché il cantastorie nasce, quando ancora non c’erano i mezzi di informazione che ci sono adesso, come cronista. Oggi la cronaca la conosciamo e quindi il cantastorie si è trasformato in editorialista da terza pagina, in commentatore della realtà.

Come si diventa cantastorie?
Io nasco come cantante dialettale di cose popolari. La mia prima canzone risale agli anni sessanta, si chiamava Ciuccio bello di ‘sto core ed ebbe un successo così strepitoso, sia discografico che di pubblico, che il comico inglese Danny Kaye la riadattò trasformandola in una canzone d’amore per una donna. Poi ho avuto un contratto discografico con la Fonit-Cetra e ho continuato non solo con le cose calabresi ma anche con quelle siciliane. Ho scoperto le più belle cose della Sicilia ed io sono l’unico italiano ad aver avuto il premio Pitrè.

Quindi lei si definisce un cantastorie, più che un ricercatore o un cantante…
No, io sono uno di tutto! Non nel senso di essere un tutto­logo. Sono soprattutto un ricercatore, più che un musicologo, un ricercatore di testi. Sono uno che dà rilievo ai contenuti. Amo registrare solo con voce e chitarra ma non mi interessa che dicano che ho una bella voce. Il più bel complimento che ho avuto è stato a Bari, alla fine di un concerto, quando uno spettatore si è avvicinato e mi ha detto che era un mio grande ammiratore non per come cantavo ma per quello che cantavo. Le confesso che sono rimasto così piacevolmente turbato che ho saputo solo dire “grazie” e sono andato via a trascrivere quanto mi era stato appena detto per non perder­ne il ricordo. Io non canto per far sentire la mia voce, canto per dire cose che possano essere utili agli altri.

A me sembra che lei non si limiti a riproporre il canto così come viene tramandato dalla tradizione. Nei suoi dischi, alla tradizione ha aggiunto la sua personale interpretazione. Un po’ come ha fatto la Nuova Compa­gnia di Canto Popolare…
No! La Nuova Compagnia di Canto Popolare è un falso in atto pubblico! La Nuova Compagnia di Canto Popola­re, con Roberto De Simone, iniziò senza repertorio. Basti pensare che tra le prime canzoni che avevano in reperto­rio c’era la mia Colapesce, tradotta in napoletano. La ricer­ca, De Simone, la fece, in qualche maniera, in seguito. Lui aveva il problema inverso al mio. Io prendevo le canzoni popolari e le firmavo, anche se era una firma non al cento per cento, le canzoni diventavano semioriginali. Invece De Simone, con la sua scienza musicale, componeva al piano­forte le canzoni popolari e diceva che erano popolari. Ma atten­zione, io non sto parlando male della Nuova Compagnia di Canto Popolare, come artisti, perché erano dei virtuosi.Secondo alcuni bisognerebbe lavorare a ricalco: sentire canta­re una cosa in un modo e riproporla allo stesso modo. Ma non si considera che il cantare è un divenire, che ognuno canta a modo suo. Secondo queste persone bisognerebbe fermare il momento, mantenere la genuinità. Ma la genuinità, davanti ad un microfono, non c’è più. E poi cosa vuol dire “genuini­tà”? Per me la genuinità è la capacità di esprimere certi senti­menti in maniera viva. Io ho cercato di proporre alla gente, senza edulcorare, quello che ho scoperto in modo semplice ma con sensibilità. Non a caso, tra i miei tanti estimatori ci sono decine di non vedenti. Immagino perché nonostante non vedano, sentono nelle mie canzoni l’umanità venir fuori. Il non vedente non ha un senso ma ne ha un altro ben più sviluppato.

La sua è una produzione sconfinata. Lei, oltre ad incidere dischi legati strettamente alla tradizione, come Sciblia Nobili o Calabria, ha anche inciso dischi che si possono definire “politici” come Qua si campa d’aria, Lu trenu di lu suli, in cui parla di emigrazione, soffe­renza, mafia, e altri che lasciano trasparire un Profazio ironico come Amuri e pilu. C’è un Profazio più Profazio degli altri?
Io sono una persona molto seria, nel senso che non manco mai un appuntamento, mantengo le promesse fatte, ma ho la corda dell’ironia. L’ironia, però, si deve giovare della complicità e addirittura del paradosso. In Qua si campa d’aria, per esempio, ogni parola significa esattamente il contrario. Adesso sto lavorando ad un’altra canzone, che è quasi pronta, che si chiama Qua si campa… ed è già tanto! Certe volte rasen­to il cabaret. Ma la mia idea, la mia fissazione, è di rendere gradevole quello che canto, non volgare. In giro si sentono tanti che cantano in dialetto, ma Profazio è un’altra cosa. Ma non perché io sono diverso, semplicemente perché rappre­sento le cose in modo diverso. Alcuni dicono «sono calabrese e me ne vanto». Io invece non mi vanto di niente; anzi, mi vanterei di non essere calabrese, se fosse possibile. Poi non amo le sdolcinatezze, il patetismo. Vado spesso all’estero, ma non voglio che i nostri emigranti piangano, mentre a loro piace molto piangere. I meglio figli sono juti fora, e trovano i Mino Reitano che li fanno piangere. Io non canto neanche Calabrisel­la, per non suscitare le nostalgie. Io canto Mannaja all’ingegnieri che ingegnò la ferrovia. In un certo senso, cerco di insegnare ai nostri conterranei ad odiare l’Italia perché ognuno ha il diritto di lavorare nella propria terra. Io, per esempio, pur essendo di ideologia socialista, non di partito, stimavo Alcide De Gasperi però non approvavo che dicesse «imparate una lingua e andate all’estero!” No! Se uno fa una scelta, impara la lingua e poi se ne va all’estero. Ma non si dice «andatevene all’estero».

Un’altra canzone particolare è San Giuseppe.
Quella è un cosiddetto triunfu. Sa cosa sono i triunfi? Sono canti apparentemente irriguardosi che in realtà sono atti d’amore nei confronti dei santi. Il mio repertorio miglio­re è quello del disco Gesù, Giuseppe e Maria in cui racconto le vicende della Sacra Famiglia, partendo dalle nozze di San Giuseppe fino alla sua morte, anche se quest’ultimo episodio non è contemplato nei Vangeli. Ma il popolo vuole che San Giuseppe muoia e faccia testamento. È la parte celebrativa. Questo repertorio l’ho proposto tante volte. Una volta anche a Palermo, alla presenza dell’allora cardinale Pappalardo. L’ho fatto anche tante volte a Reggio Calabria. Quest’anno [il 2003, ndr] lo farò il 20 di dicembre, dopo la messa, al duomo di Cosenza.

Lei ha anche messo in musica e cantato le poesie di Ignazio Buttitta, il più grande poeta siciliano del Novecento. Com’è nata la vostra collaborazione?
Io sono il più grande conoscitore di Buttitta. Lo conosco più di suo figlio, nonostante sia un professore di antropo­logia, che stimo come professore mentre la mia stima dal punto di vista umano è pari a zero. Buttitta è un grande poeta ma non lo conosce nessuno. Era conosciuto solo nell’ambito della cellula del partito comunista. Io l’ho portato in televi­sione e poi gli ho dedicato tre dischi.

Era lui a mandarle le sue poesie e lei le metteva in musica?
No, le sue poesie le aggiustavo, le riducevo. La caratteri­stica di Buttitta era quella di scrivere di getto, per cui c’erano delle cose meravigliose e altre non tanto belle, secondo il mio giudizio, naturalmente. Però io considero Buttitta, non voglio fare eresie, allo stesso livello di Neruda.

Lei ha vissuto un momento di grande successo, anche discografico, negli anni settanta. Adesso si parla meno di lei. Che cosa fa Profazio adesso?
Per quindici anni ho scritto le Profaziate, nella terza pagina della Gazzetta del Sud, una satira settimanale sui fatti che accadevano nel mondo. Poi ho smesso perché ho litigato con la direzione del giornale per motivi di censu­ra ma le Profaziate sono uscite raccolte in quattro libri.Ho organizzato spettacoli con altri cantastorie come Riccar­do Marasco, toscano, Maria Moramarco, pugliese, il grande Matteo Salvatore, ed altri. Per ventuno anni ho anche organizzato, in occasione della festa patronale di Reggio Calabria, la Madonna della Consolazione, la penultima sagra dei cantastorie. E sa perché penultima? Perché non vorrei che sia mai l’ultima. E per quella manifestazione, nel corso delle varie edizioni, sono venuti tutti i cantastorie, da Trincale a Rosa Balistreri.

Rosa Balistreri è figura importante nella canzone tradizionale.
Con Rosa ho lavorato a lungo. L’ho portata io alla Cetra. Le sue canzoni le firmavo anche io e per lei suona­vo anche la chitarra. Lei è stato un grande personag­gio, anche se però aveva soltanto la corda drammatica. In questo momento sto lavorando a due dischi. Il primo si intitola Lu chiusu e lu tisu con sottotitolo Il filo di seta e parla dell’erotismo, poetico però, nei canti popolari dell’area calabro-sicula. E il secondo, dedicato parzialmente a Buttitta, si intitola La storia. Adesso non si fanno più i dischi a due facciate, ma se il CD fosse a due facciate, la prima sarebbe dedicata a Buttitta e l’altra al canto popolare nel corso della storia, l’evoluzione sociale, la politica. C’è Buttitta che invita i compagni dell’epoca a non avvilirsi: “Non t’avviliri, cumpagnu, non t’avviliri. Quando ti pari c’arrivi sì ancora all’accuminzagghia” [Non avvilirti compagno, non avvilirti. Quando si sembra di essere arrivato, sei ancora all’inizio]. È l’autodifesa del poeta impegnato. “Poeta impegnato mi chiamanu pe’ uffisa, comu si supra a peddi non portassi cammisa, comu si ‘nta la panza nun mettissi pani ppi stari addritta e putiri campari. Ali non haiu e restu ‘nterra ccu l’omini ch’ammucciunu l’amuri ‘nda lu funnu di lu cori. Sacciu chi cercu lustri e viu scuru. Sacciu chi cercu paci e trovu guerra. Sacciu chi vaiu pp’abbrazzari omini e abbrazzu ummiri”. [Mi chiamano poeta impegnato per offendermi, come se sulla pelle non avessi una camicia, come se nella pancia non mettessi pane per stare in piedi e poter vivere. Non ho ali e resto a terra con gli uomini che nascondono l’amore in fondo al cuore. So che cerco luce e vedo buio. So che cerco pace e trovo guerra. So che penso di abbracciare uomini e abbraccio ombre]. Questa l’ho chiamata Uomini e ombre e uscirà tra qualche mese nel CD La storia. È forse la cosa più bella che ho fatto… no, forse no, perché la cosa più bella è stata quando ho fatto appassionare Carlo Levi con L’Italia cantata dal Sud che è la controstoria d’Italia. Un disco con in copertina un pupo dell’opera dei pupi che mi aveva regalato Antonino Uccello.

Un altro grande personaggio della tradizione popolare.
Sì. Gli ho prodotto due dischi, Era Sicilia e I canti del carcere.In questo momento sono in trattative con la Regione Sicilia e con la Regione Calabria per un progetto. Ho 400 ore di registrazioni di canti tradizionali, ballate e proverbi raccolti durante il corso della mia attività, anche grazie al program­ma radiofonico che ho tenuto, Quando la gente canta, e che è andato in onda per ben ventidue anni. Questo materiale è veramente l’essenza del cuore umano e sarebbe un delitto non renderlo pubblico. Subito dopo Natale porterò in giro per la Calabria una serata in ognuna delle cinque province calabresi, uno spettacolo patrocinato dall’assessorato all’am­biente della Regione Calabria dal titolo Spettacolo Poetico-Mu­sicale ispirato all’uomo e alla natura. Infine, con l’Università di Messina organizzerò una rassegna di cantastorie. Il 17 dicem­bre sarà un mio spettacolo ad aprire la manifestazione e poi dal secondo mercoledì di gennaio, ogni mercoledì, si succe­deranno i cantastorie che più apprezzo. Ci saranno Trincale, la Moramarco, Marasco, il gruppo Phaleg, Nonò Salamo­ne, siciliano, Alberto Cesa, che invece è piemontese, ed altri ancora.

Ma ha ancora un senso, adesso, in un’epoca in cui si parla di globalizzazione, di tecnologia, la figura del cantastorie?
Beh, il cantastorie tradizionale non ha più senso, perché raccontare la cronaca non ha alcun senso. Però il cantasto­rie non tradizionale, aggiustato, il commentatore della realtà politica e sociale, ha senso, eccome! Oggi il cantastorie è un intellettuale. Il cantastorie dice la sua e contribuisce a fare coscienza.

Gaber cantava di cose di destra e di cose di sinistra. Il cantastorie sta a destra o a sinistra?
Io penso che il cantastorie stia a sinistra. Perlomeno io sto a sinistra, anche Trincale sta a sinistra, più contro, in verità… Io sto dalla parte del cuore umano, della gente.

In questi giorni si parla tanto di censura, di satira censurata (mi riferisco a Raiot della Guzzanti). Lei ha mai avuto problemi di censura?
Beh, hanno tentato! Intanto a causa della censura ho smesso con le Profaziate sulla Gazzetta del Sud, che è un giornale conservatore. All’inizio facevo un lavoro onesto e civile ma poi è diventato un’esercitazione semantica perché gli articoli mi venivano bocciati a causa delle opinioni che esprimevo. Hanno provato a censurarmi anche in radio e in televisione. Quando ho cantato in televisione San Giuseppe, me l’hanno mutilata: quando l’hanno fatta passare, era stata registrata, mi sono accorto che avevano tolto alcune strofe, quelle in cui San Giuseppe si cambiava li mutanni. Avevano tolto due strofe. Alla radio invece, a lungo, hanno tentato di impormi le canzoni da trasmettere. Volevano che mettessi le canzoni di Tony Cucchiara, che è bravo, siamo amici, ma che per me non è un cantante folk. Però ai funzionari piaceva e volevano che lo mettessi. E io dicevo «fatelo cantare, ma non nel mio programma!» E ho avuto pressioni anche per Tony Santagata, che io non ho mai fatto cantare nei miei program­mi perché per me non era “in”, né come cantante folk né come cabarettista.

I suoi dischi sono ormai pezzi rari, sono introva­bili. Se qualcuno volesse conoscere il suo lavoro come deve fare?
Adesso c’è una piccola casa discografica, le “Elka sound” di Reggio Calabria che sta ristampando i miei dischi. Si può chiedere a loro.

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